Categoria: Immaginario

Common People/Free as a bird

La vita a volte ti mette davanti a scelte che sembrano destini.

In un florilegio di coriandoli (e di schermate blu) il 1995 rimarrà legato all’uscita del primo sistema operativo 32 bit dedicato al pubblico: Windows ’95. Per me e per buona parte della mia generazione, quell’anno ha il brand Microsoft marchiato a fuoco e, di fatto, è di sua proprietà.

Succedevano tante altre cose, però. I tamarri dell’anno prima, oltre agli Oasis e ai Blur, esploravano nuove frontiere, per esempio. E i più arditi scoprivano i Pulp di Jarvis Cocker che quell’anno uscirono con Different Class e una serie di singoli impressionanti.

Quello che fece veramente il botto era “Common People” e, a ben vedere, è invecchiato molto meglio di altra roba del periodo.

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Live forever

Passata la sbronza grunge, che aveva lasciato un gran vuoto (specie quello nel lobo frontale di Cobain), il mondo cominciava a reclamare la sua dose di sano pop spensierato. L’Inghilterra non perse occasione di far vedere la sua faccia migliore: gente che girava in Lambretta, il ritorno della cool Britannia, Brett Anderson e i Blur. Roba che usciva dagli stereo di una nuova generazione di tamarri con le Clark’s.

Fu l’anno di Live forever degli Oasis.

E mentre gli Zapatisti del Subcomandante Marcos stavano rivoluzionando il modo di pensare alla rivoluzione, io perdevo definitivamente il controllo sulla mia anima e mi condannavo alla dannazione eterna.

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Black Orchid, scusate il ritardo

Non sappiamo cosa sentano le piante. Come percepiscano il mondo, in che modo si sentano vive, quali sensi abbiano. Non sappiamo neanche se effettivamente “sentano” qualcosa: eppure – come qualsiasi altro essere vivente – crescono, muoiono, si moltiplicano e si trovano male se le sposti. Certo non sono esseri senzienti, ma a volte sono in grado di raccontarci storie. E, talvolta, lo fanno maledettamente bene.

Certe storie ti colpiscono come una lama di rasoio, ti lasciano stordito e incapace di digerirle per settimane. In qualche modo rimangono latenti e cominciano a caratterizzarti, a essere parte di te e del tuo modo di ragionare.

black orchid, Neil Gaiman

Una vignetta da Black Orchid

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All Apologies / Come mai

A dispetto del mondo del grunge che ribolliva sotto le suole degli stivaletti Cult di un’intera generazione, nel 1993 io cominciavo il catechismo. E ascoltavo le mie prime canzoni.

Nel 1993 la moda grunge imperversava ovunque: ricordo lucidamente uno dei miei cugini più grandi che andava in giro con gli improbabili camicioni di flanella, i jeans rotti e le cult che – solo una manciata di anni più tardi – gli avrei invidiato e, talvolta, fregato. Dagli stereo di mezzo mondo risuonavano nastroni su musicassetta con suoni iperdistorti (un po’ per il grunge, un po’ per la rozzezza delle registrazioni) che vomitavano Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden a volume sparato.

Quell’anno la band di Kurt Cobain aveva tirato fuori In Utero e aveva vinto. Aveva proprio vinto.

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Fables, scusate il ritardo

Per una volta, in una recensione non voglio parlarvi male di qualcosa. Per una volta, voglio mettermi comodo e scrivere di qualcosa che mi è piaciuto tanto, tantissimo. Qualcosa su cui non posso neanche pensare di fare commenti acidi. Scusate il ritardo.

Due settimane fa, girando per Termini, in uno dei miei viaggi random verso il meridione, mi sono imbattuto in un vecchio amico: tra le pile dei Bonelli, vecchi e nuovi, spuntava inverosimilmente la scritta “Vertigo” e il logo di Fables. Mi sono venute quasi le lacrime.

c'era una volta fables recensione

Una delle tavole del fumetto di Bill Willingham

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Collocamento

Ci sono cose a cui dovrai rinunciare. La serenità necessaria per pianificare una vita sul lungo periodo, per esempio. Una di quelle figure mitologiche che appartengono al pantheon della generazione passata. Come le edizioni serali dei quotidiani o i game arcade nei bar. Ma serve a qualcosa piangere sul latte versato (o sul sangue buttato)?

collocamento ars labor manifesto

Il meraviglioso (e anacronistico) manifesto di una scuola di restauro.

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I am the resurrection

Nel 1992 il mondo aveva ricominciato a essere un posto pericoloso. La verità è che non aveva mai smesso di esserlo, ma per un po’ era sembrato che la pace nel mondo fosse possibile.

La gente ci aveva creduto. Mio padre era stato uno di quelli, come ho già detto.

Nel 1992 uscì anche un album seminale per la storia del rock britannico: quasi dal nulla, spuntò l’album d’esordio degli Stone Roses e uno dei singoli più venduti risultò preso da lì.

Era “I am the Resurrection” e durava la bellezza di otto minuti.

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