I am the resurrection

Nel 1992 il mondo aveva ricominciato a essere un posto pericoloso. La verità è che non aveva mai smesso di esserlo, ma per un po’ era sembrato che la pace nel mondo fosse possibile.

La gente ci aveva creduto. Mio padre era stato uno di quelli, come ho già detto.

Nel 1992 uscì anche un album seminale per la storia del rock britannico: quasi dal nulla, spuntò l’album d’esordio degli Stone Roses e uno dei singoli più venduti risultò preso da lì.

Era “I am the Resurrection” e durava la bellezza di otto minuti.

A un certo punto di quell’anno, incontrai il grande nemico degli studenti della penisola: il tema di italiano. Con pochissime capacità scrittorie ed enormi gap lessicali, mi innamorai perdutamente del tema libero. In sostanza, mi dava lo spazio per interpretare le mie fantasie sofistiche, trasformandole in favolette. Uno di quei temi – non so bene quale e non so perché – uscì dal campo ristretto della classe: la maestra ritenne giusto regalarne una copia a mio padre. Lui lo ha sempre conservato gelosamente nel suo ufficio. Non ho mai avuto idea di cosa abbia scritto di così profondo: avevo pur sempre 7 anni.

Ian Brown e John Squire hanno fatto differenti dichiarazioni sul senso di “I am the resurrection” e sul suo riferimento religioso, concordando però su una cosa: il testo è anti-cristiano. Secondo Brown, una persona sana di mente capirebbe subito la falsità di un’affermazione come “io sono la resurrezione”, ma spesso anche una persona sana di mente  si appiglia a certe cose per pura necessità di conforto, di supporto, di affetto.

Qualche anno dopo, ho scoperto che un collega di mio padre, un suo caro amico (uno dei pochi), conserva una copia di quel tema nel suo portafogli: lo porta sempre con sé. E ha di me una stima quasi infinita. Per una cosa che ho scritto a sette anni, che io non ricordo e che non so di cosa diavolo parli.

Forse la morale della favola, se ce n’è una, è che nel 1992 avevamo ancora tutti bisogno di storie: a cui appigliarci e a cui fare affidamento.

Che, anche se siamo sani di mente, abbiamo bisogno di appigliarci a dei racconti per pura necessità di conforto, di supporto, di affetto.

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