Etichettato: essere incostanti

Soglie.

Nel 1996 Douglas Coupland (autore di Generazione X e di JPod) scrisse un saggio sulla memoria, sugli anni appena trascorsi e, forse, anche su quelli a venire. Si intitolava Memoria Polaroid e a un certo punto faceva così:

memoria polaroid, douglas coupland

“Memoria Polaroid” di Douglas Coupland

«… a mano a mano che il nostro mondo sembra “accelerare”, le date di scadenza timbrate su quel qualcosa che “dà il senso di un’epoca” tendono a sovrapporsi sempre di più, oppure perdono importanza. Mi capita di trovarmi a ripensare con malinconia a quel periodo di neanche tre anni fa, per dire, in cui le camere da letto degli adolescenti erano tutte un florilegio di decalcomanie di margherite e il grunge dominava le piste da ballo. A un altro livello, penso ai tempi in cui l’esigenza di “interfacciarsi” non aveva ancora pervaso la forza-lavoro mondiale del suo immaginario onirico fatto di fobia del ritorno all’era pretecnologica e obsolescenza selvaggia, come succede oggi. In cinque anni ne è passata di acqua sotto i ponti. […] idee che un tempo venivano considerate “marginali” o “devianti” sono divenute dominanti nel dibattito quotidiano; la medietà è scomparsa; i diritti acquisiti si sono volatilizzati; l’ironia è ascesa al potere; un flusso ininterrotto di macchinari sempre nuovi ha generato rivolgimenti sociali sconfinati… e alla fine resta la sensazione che quanto è successo anche solo la settimana scorsa sia roba di dieci anni fa».

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I am the resurrection

Nel 1992 il mondo aveva ricominciato a essere un posto pericoloso. La verità è che non aveva mai smesso di esserlo, ma per un po’ era sembrato che la pace nel mondo fosse possibile.

La gente ci aveva creduto. Mio padre era stato uno di quelli, come ho già detto.

Nel 1992 uscì anche un album seminale per la storia del rock britannico: quasi dal nulla, spuntò l’album d’esordio degli Stone Roses e uno dei singoli più venduti risultò preso da lì.

Era “I am the Resurrection” e durava la bellezza di otto minuti.

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When you sleep

Nel febbraio 1991 avevo da poco compiuto sei anni. L’unico ricordo che ho di quell’anno è mio padre, ancora trentenne, che irrompe nella stanza dove dormivamo io e mio fratello, ci sveglia e ci abbraccia. Credo che non mi abbia mai più abbracciato così, come un bambino. Era felice, era tranquillo: era appena finita la prima guerra del Golfo e lui l’aveva sentito alla radio.

Per il resto del mondo, il 1991 verrà ricordato come l’anno dell’esplosione del grunge: pantaloni stracciati, camicioni di flanella usciti dall’armadio del nonno, stivali militari di papà invasero tutte le scuole superiori e università di questo Paese. Erano usciti due album seminali, per il genere: Nevermind e Ten, due leggende in 12” che avrebbero infiammato le generazioni a venire del sacro fuoco del disincanto e della frustrazione.

Eppure il singolo più venduto di quell’anno non veniva fuori da nessuno dei due. Fu un disco quasi inaccostabile, pieno di rumore e sovrapposizioni, pieno di chitarre e distorsioni. Fu “When you sleep” dei My Bloody Valentine. E fu quasi un miracolo che finisse primo, perché uscì a novembre.

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Controcorrente

Magari dei gusti non si dovrebbe disputare, ma è pur vero che ci rimane ben poco di cui disputare, di questi tempi. Capire quando qualcosa ti piace, perché.

Uno ci prova sempre a capire cosa gli piace e cosa no, sperando magari di separare il nero dal bianco, il bene dal male, in maniera netta, eliminando i fastidiosi grigi.

Che poi, diciamocelo, il grigio sa di zuzzimma.

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A perdere.

Immagine

Se i crimini commessi quando si è bambini non contano, siamo una generazione di innocenti. Parlo di me e di chi mi sta vicino, non delle persone che non conosco: persone allevate per essere figli e basta, senza se  e senza ma. Continua a leggere