Live forever

Passata la sbronza grunge, che aveva lasciato un gran vuoto (specie quello nel lobo frontale di Cobain), il mondo cominciava a reclamare la sua dose di sano pop spensierato. L’Inghilterra non perse occasione di far vedere la sua faccia migliore: gente che girava in Lambretta, il ritorno della cool Britannia, Brett Anderson e i Blur. Roba che usciva dagli stereo di una nuova generazione di tamarri con le Clark’s.

Fu l’anno di Live forever degli Oasis.

E mentre gli Zapatisti del Subcomandante Marcos stavano rivoluzionando il modo di pensare alla rivoluzione, io perdevo definitivamente il controllo sulla mia anima e mi condannavo alla dannazione eterna.


Nel 1994 i miei genitori decisero che dovevo avere una stanza tutta per me, dopo gli interminabili anni a condividerla con mio fratello: incombeva la mia Prima Comunione, avremmo avuto un numero piuttosto grosso di ospiti e volevano ristrutturare casa. Così costruirono quel piccolo tempio dedicato al compensato. Il tempio che, a giorni alterni, mi avrebbe sentito intonare (e stonare) ogni singolo pezzo degli Oasis per circa dieci anni. Tanto che Live forever è una delle canzoni preferite di mia madre.

Noel Gallagher scrisse Live Forever nel 1991, quando lavorava per un’impresa costruttrice della sua città, Manchester. Un infortunio rimediato alla gamba colpita da un tubo lo costrinse a un lavoro meno faticoso, in magazzino, che gli consentiva di avere più tempo a disposizione per scrivere canzoni. Una sera ascoltava l’album Exile on Main St. dei Rolling Stones. Mentre provava un giro di accordi, notò che suonava bene se sovrapposto a una parte vocale della melodia, facendo nascere così uno dei pezzi più famosi e belli della sua carriera.

Quando penso al 1994, in genere, non penso a me, vestito come un piccolo uomo, con il gilet e il papillon azzurri. Penso a come, nella vita, certe cose nascano per puro caso.

E, a volte, vivono per sempre.

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