I Cani, Glamour: recensione a semifreddo

Non mi commuovono le stori ingenue, la captatio benevolentiae e i paraculi: amo la sincerità e preferisco non avere aspettative. Volevo che tu mi raccontassi, Niccolò, e quest’anno la cosa t’è uscita un po’ a metà.

Soprattutto, volevo che raccontassi ancora di me e di noi e invece hai raccontato, solo un po’ – troppo po’ – di te.

Io e te abbiamo sempre vissuto in un mondo austero: sei  un po’ più piccolo di me, ma mi avevi fatto arrossire con la tua lucidità, la tua capacità di sintesi, le tue storie così vive e così vere. E così mie e così di tutti.

Ti ho voluto bene subito – un po’ tutti, diciamocelo – anche se si vedeva lontano un miglio che sei un mitomane.

Poi niente, il buio, la sensazione che qualunque altra cosa avessi fatto sarebbe stata o troppo uguale o troppo diversa. Che saresti diventato il nostro nuovo Vasco Brondi (che pare sia tornato in studio, aiuto aiuto).

Tutto questo tempo, circa due anni, mi ha separato dal nuovo album della tua band, Niccolò, e apprendo che ti sei sistemato con un “lavoro vero”. Mortacci tua e beato te che – classe 1989 – ti sei sistemato.

Ecco, partiamo da questo, Niccolò. Da quanto sia strano – per noi, per me – sentire che uno che l’ha sfangata è ancora depresso; che pensa ancora a quando a quindici anni era depresso-felice e adesso è solo depresso-depresso.

Che l’abbuffarci di Bianconi e Brondi (se ci fermiamo solo alla lettera B) non è stato dovuto alla sfiga e al suo impareggiabile tepore, ma è proprio una cosa generazionale. Quanto lo odierai e amerai insieme questo aggettivo, Niccolò, che i tre quarti della critica ti hanno affibbiato e che ha caratterizzato il tuo cantare.

La verità è che, a parte qualche strizzata d’occhio e qualche citazione a buffo, quest’anno porti a casa solo tre pezzi – e manco pieni.

Capisco che sei confuso e che c’hai da fare, ma nessuno ti ha chiesto di menare un album fuori dalla finestra subito, amico mio.

La sensazione che ho, è di uno studente che si presenta al preappello di un esame e infarfuglia diecimila cazzate e tre contenuti buoni. Una sorta di Fiabeschi del film PAZ!, insomma, seppure con qualche contenuto in più.

Che gli vuoi male, a Fiabeschi? No, però che cazzo, lo sforzo lo potevi pure fare – che poi manco devi partire militare.

Ecco, la tua capacità di essere fresco e originale, la tua capacità di raccontarti senza ripeterti (a livello lirico) è l’unica vera nostalgia che ho.

L’unica vera nostalgia che ho. L’unica vera nostalgia che ho. L’unica vera nostalgia che ho.

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  1. Lavinia

    Ricercavo ricercavo. Ed ecco che ho trovato da dirti che Niccolò non è dell’89, ma dell’86. Lo so adesso il mondo si sposterà di almeno 20 cm, ma l’onor di cronaca è sempre l’onor di cronaca.

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