Categoria: Racconti

Crocevia

Poi capita di trovarti a un incrocio e non sapere da che parte vuoi andare, esattamente. Gli anni passano, succede. Succede per tutti. A volte devi dire addio a persone che credevi insostituibili, a intere parti di te che ritenevi fondamentali.

A volte neanche lo fai, vanno via e basta. Resti con problemi irrisolti e frasi che avresti voluto dire e che poi non hai detto. Alcune restano, come velleità che un giorno sarai capace di mettere assieme, un giorno ti spiegherai: l’uomo, in fondo, è fatto per raccontarsi storie.

crocevia, incrocio Roma

Un incrocio romano. Piuttosto bimbominkia.

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When you sleep

Nel febbraio 1991 avevo da poco compiuto sei anni. L’unico ricordo che ho di quell’anno è mio padre, ancora trentenne, che irrompe nella stanza dove dormivamo io e mio fratello, ci sveglia e ci abbraccia. Credo che non mi abbia mai più abbracciato così, come un bambino. Era felice, era tranquillo: era appena finita la prima guerra del Golfo e lui l’aveva sentito alla radio.

Per il resto del mondo, il 1991 verrà ricordato come l’anno dell’esplosione del grunge: pantaloni stracciati, camicioni di flanella usciti dall’armadio del nonno, stivali militari di papà invasero tutte le scuole superiori e università di questo Paese. Erano usciti due album seminali, per il genere: Nevermind e Ten, due leggende in 12” che avrebbero infiammato le generazioni a venire del sacro fuoco del disincanto e della frustrazione.

Eppure il singolo più venduto di quell’anno non veniva fuori da nessuno dei due. Fu un disco quasi inaccostabile, pieno di rumore e sovrapposizioni, pieno di chitarre e distorsioni. Fu “When you sleep” dei My Bloody Valentine. E fu quasi un miracolo che finisse primo, perché uscì a novembre.

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Colloqui

Fino ai diciotto anni, “colloquio” è una parola che genera un misto di paura e agitazione: in genere significa che i tuoi genitori devono andare a scuola e parlare con il Prof di matematica, che dovrai giustificarti in una giungla di “è intelligente, ma non si applica” nella speranza che arrivi il prima possibile la frase “avanti il prossimo”. Si sa, fino a diciotto anni la vita è complicata.

Quando cominci l’università, “colloquio” comincia a essere l’esame: ancora, il Prof. che ti cazzea e ti manda via perché “è intelligente, ma non si applica” (che ti da del lei, il professore), nella vana speranza che il supplizio finisca e il prof pronunci la fatidica frase “avanti il prossimo”.

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Fenomenologia dell’andare e tornare

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La vita di un pendolare è fatta di andate e ritorni, di viaggi a somma zero, di prospettive cicliche e ciclotimiche, nelle quali l’unico cambiamento sostanziale riguarda il tempo atmosferico. Vi siete mai chiesti perché i discorsi dei pendolari e della gente comune comincino o procedano tutti con un “fa caldo, fa freddo, piove…”? Il tempo atmosferico diventa la cifra del tempo perso tra una finta andata e un finto ritorno.

Giusto per dire che, da quando ho smesso di scrivere qui, ho imparato tante cose. E ritorno per imparare ancora.

Dai che c’è il blogday 2007.

Non mi hanno mai attrato particolarmente le “cose da blog”: ho sempre percepito un blog come uno spazio in cui dire qualcosa se ha senso dirla, o aggiornare i propri congiunti vicini e lontani su quanto si esperisce, sente, pensa. Tutt’al più come un block notes elettronico e collettivizzato di pensieri, uno zibaldone aperto in tempo reale alle considerazioni della moltitudine (solitamente alquanto parca) dei lettori. Ma, dato che oggi mi hanno già linkato due lettrici (peraltro di livello buono), mi sembra dovuto ricambiare il favore. Alla comunità, ovviamente, non a loro che sennò pecco solo di ruffianeria.

And so on:

pollycoke: se non fosse per lui non avrei un blog su WordPress; se non fosse per lui non avrei un blog su linux; se non fosse per lui non avrei Ubuntu; se non fosse per lui mi funzionerebbe compiz. Insomma: un mentore inconsapevole nell’uso del pinguino, scrive bene, da ottime notizie in tempi sorprendenti, è un faro della comunità… sarà per questo che sta sul cazzo quasi a tutti. Ma, si sa, gli stramboidi freak generalmente mi stanno simpatici (tanto non leggerà mai).

Estetica Anestetica: sarà che è una delle amiche di più vecchia data che ho, sarà che scrive bene o che in qualche modo mi ha introdotto al mondo del blogging, sarà che una vagonata di pucciosità non fa mai male certe volte, sarà che ormai dei miei amici storici scrive solo lei… sarà che a volte, se non fosse per lei, neanche ci muoveremmo da casa. Per tutto questo, ed altro ancora: grazie di scrivere (e d’esistere).

Leonardo: politicamente non mi è molto affine, va detto (lui sinistra PD, io Unirioter), ma le sue notazioni sulle cose che accadono nel mondo e nel nostro Paese riescono sempre ad essere una spinta ed uno sprone riflessivo. I suoi post arrivano al tardo pomeriggio, ma sono efficaci emotivamente come un buon editoriale di prima mattina. Velenoso e sarcastico quanto basta, leonardo è una di quelle cose che ti fanno dire “ma allora anche in Italia si può fare un blog di approfondimento?”.

Ubuntista: linuxiano ed ubuntista convinto, Simone è quel tipo di persona che ti da la carica per andare avanti nella battaglia per il software libero. Non si ferma mai, segue 300 progetti al giorno, schizza da una parte all’altra del mondo per seguire i suoi impegni, non si capisce che faccia come lavoro, ma una cosa è certa: qualsiasi cosa faccia, c’entra sempre e comunque con l’open source. È l’uomo-community definitivo, il primo militante rivoluzionario di Ubuntu, e per questo lo ammiro.

La disciplina della notte: spesso e volentieri non capisco quello che scrive, il che non sempre è un male. Quello che conta è l’estetica l’arte che c’è e si vede¹, non di rado, nei suoi versi. La costanza, la pazienza, il labor limae, la perseveranza: qualità che non si possono negare a Gigi, che – unite ad un senso criptico nello scrivere – rendono estremamente godibili i suoi post.

Questo è quanto. Spero che chi passa di qui, lasci perdere le mie ciance e fili spedito su questi blog, che meritano certo più del mio.

Buone cose. Ed all’anno prossimo.

 

Note:
1: checché ne dica uno stimato critico.

Requiem for a car.

Ieri sera, la mia macchina ha dato gli ultimi cenni di vita (almeno per ora). Nel pieno della tradizione Fiat, ha deciso di rompere le scatole nel posto e nel momento sbagliato. E tuttavia, quest’auto è stata, per me, motivo di grosse soddisfazioni e – benché fosse solo un oggetto – di grande affetto.

È stata la macchina su cui ho imparato a guidare, su cui ho fatto i primi viaggi, le prime uscite con gli amici. È stata complice nella mia relazione con Amalia. Ha sopportato anche il mio Servizio Civile.

fiat punto

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Vacanze immaginarie (nella nuova Cambogia)

Dovevo berne un po’ di un amaro calice: ne ho bevuto molto ed ho toccato il fondo. L’amore, l’affetto e la compagnia mi hanno fatto spezzare la rabbia, dimenticare i mitra, sostituire documenti ceduti sveltamente. Mi sono potuto muovere rilassato, annegare in un po’ di vino non per rancore ma solo per gioia. E non per abnegazione, solo per forza. Noi sì, che siamo forti, senza piegarci alla pura estetica, casomai alla bellezza dataci dalla cura di sè.

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