Pausa caffè

Ci sono rimasti pochi riti di passaggio. Uno di questi, persiste stoicamente alla postmodernità, separando la fanciullezza dall’adolescenza. In genere è una frase, o un gesto, preferibilmente pronunciato o compiuto da una madre: che ti chieda “ti faccio un caffè?” o che te lo porti e zitta, è lì che capisci (o dovresti capirlo) che il tuo torneo di ISS Pro o il tuo pomeriggio di studio non avranno mai più lo stesso sapore.

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Non c’è un’età definibile, ma dopo quel momento il caffè ti accompagnerà vita natural durante, compagno fedele e silenzioso, in quasi tutti i momenti: di solitudine, di convivialità, di lavoro, di studio, di nullafacenza. E il caffè sarà una pausa, un intermezzo, uno strumento o un obiettivo, ma sarà sempre lì, a testimoniare di una maturità raggiunta, di un nuovo orizzonte, di una nuova prospettiva sul mondo. Il caffè, in fondo, è un rapporto sociale (e un modo di produzione).

Soprattutto, colonizzerà i tuoi rapporti, riempiendoli del suo sapore. Buono o pessimo. Per esempio: non ho mai conosciuto qualcuno che fosse veramente antipatico e sapesse fare un buon caffè. Né qualcuno veramente simpatico che non ne bevesse.

Nella vita avrai l’occasione di offrirne e di riceverne a migliaia, e spesso sarai costretto ad accettare di bere l’amara tazzina di un caffè offerto da chi odi: anche questo ti farà crescere. Altre volte ti capiterà di disobbligarti “offrendo un caffè”, ma starai offrendo forse una parte di te ben più grande, la tua sincerità, la tua onestà.

Spillerai mille sigarette, magari attorno a un bicchierino di plastica, davanti a una lurida macchinetta. Se le riprenderanno appena le avrai, tranquillo.

Avrai discorsi memorabili e dimenticabili, al bancone del bar, o seduto a un tavolino, guardando male quelli che fanno un famelico aperitivo, mentre tu sorseggi la tua arabica.

Tracannerai quelli mattutini, ingoierai a forza quelli notturni.

Ma diventerai veramente adulto, quando smetterai di pretendere. Quando capirai che certe persone, con te, al massimo potranno prendersi un caffè. Che non puoi cambiare molto e non puoi salvare tutti. Che, a volte, la cosa migliore è mettere un po’ di zucchero anche nella ciofeca peggiore. E far finta, una volta di più, che sia buona.

Tanto, a casa, te lo rifai da solo. E con chi vuoi.

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