Vacanze.

L’estate della nostra infanzia era una cosa semplice e accogliente. Mi ricordo quel gentile naufragio nel niente, fusione tra giorni e settimane: un alibi permanente di cazzarismo militante. Di colpo era settembre, cominciavi a contarti i giorni: e, almeno io, a fracassarti i coglioni di stare a casa da solo.
“Estate” è un significante che ha perso senso da quando mi sono laureato. E non è che prima avesse un senso da sballo. Nell’anno del Signore 2013 comincio ufficialmente a non capirci un cazzo.

 

I ventilatori inutili, i Fine before you came, le signore infojate co “Il piccolo principe” obbligatorio per i ragazzini, lo schermo del mio Mac in rapida putrescenza.

Chomsky che sfancula Zizek, Zizek che litiga co’ Chomsky, la gente che aspetta che tornino gli anni ’90.

Il Bambino Reale, l’ordine Simbolico, il Caucaso Immaginario.

La tesi da scrivere, il trasloco da finire, le bollette da pagare, i Prestiti Interbibliotecari Metropolitani da restituire.

Ci sono un paio di cose che proprio non tornano: erano meglio le vacanze immaginarie. Magari nella nuova Cambogia.

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