Colloqui

Fino ai diciotto anni, “colloquio” è una parola che genera un misto di paura e agitazione: in genere significa che i tuoi genitori devono andare a scuola e parlare con il Prof di matematica, che dovrai giustificarti in una giungla di “è intelligente, ma non si applica” nella speranza che arrivi il prima possibile la frase “avanti il prossimo”. Si sa, fino a diciotto anni la vita è complicata.

Quando cominci l’università, “colloquio” comincia a essere l’esame: ancora, il Prof. che ti cazzea e ti manda via perché “è intelligente, ma non si applica” (che ti da del lei, il professore), nella vana speranza che il supplizio finisca e il prof pronunci la fatidica frase “avanti il prossimo”.

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Finita la tragedia universitaria, comincia il mondo vero, la disoccupazione: “colloquio” è quel mostro strano che rincorri per settimane e mesi, che raggiungi solo dopo mille peregrinazioni, per renderti conto che è tutto il contrario di quello che pensavi.

In un’esperienza da girone infernale, la competizione tra aspiranti colleghi e l’angosciante attesa dei selettori, è qualcosa di simile al professore (quello di prima, di Matematica) che scorre il dito sul registro in cerca del tuo maledettissimo cognome. Solo che stavolta vuoi essere chiamato, maledizione.

Non so se è capitato solo a me, ma ai colloqui c’è sempre la stessa gente. Cioè, non le stesse persone, ma gli stessi tipi umani: c’è la ragazzina di quattordici anni che non sa dove si trova la porta e tempesta di domande quello che gli sta a fianco (poveraccio); c’è il tizio che non è laureato, malgrado l’annuncio dicesse grosso così che per questo lavoro serve la laurea; c’è l’ex primo della classe con gli occhiali a culo di bottiglia, che sta schiacciato sul suo curriculum alla ricerca dell’ultimo disperato refuso; ci sei tu (e per forza) che a seconda della stagione senti troppo caldo/freddo/tiepido e non sai che cosa ti devi mettere/togliere/lasciare addosso; c’è la ragazza semianalfabeta, ansiogena, impanicata, che ti chiede “ma cosa mi chiederanno? ma che domande fanno? ma tu l’hai già fatto?” che è un evidente spin-off dell’università.

E poi c’è il mio eroe: l’Uomo Troppo Vecchio per Fare Qualunque Mestiere. Non si sa da dove venga né perché. Si sa solo che, spesso, è uno che vuole solo “cambiare aria perché la dove sto – per inciso, quasi sempre nella “pubblica amministrazione”, mortacci sua! – non mi trovo bene”. Ha un’età indefinita tra i 70 e gli 80 mila anni ma si atteggia a giovanotto, ha una ventiquattrore di pelle, regalo del battesimo (il suo, non dei suoi figli) e si aggira con fare divertito nei corridoi. Per aggiungere irritanza al suo personaggio, parla al telefono a voce alta. Una spina nel fianco farebbe meno danni.

Il colloquio, comunque, è quasi sempre una sola. Il punto, o se vuoi, l’inganno, sta nel fatto che, se hanno chiamato proprio te (e gli altri sfigati topologici come te), tra centinaia di migliaia di sfigati disoccupati, un motivo ci sarà: e insieme a quegli altri reietti dei tuoi aspiranti colleghi ti rendi presto conto che un “colloquio” non è una gara a chi è più capace, ma a chi è più disperato.

E, una volta di più, aspettare che arrivi il prima possibile la frase “avanti il prossimo”.

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