Per Napoli. Da dentro.*


[Era il 2007, era in piena la mia passione politica più coinvolgente, ero negriano. Dicevo cose così, un po’ alla cazzo. La mia risposta all’Erri De Luca di due anni fa, tre anni prima.]

* Per chi non ha smesso di farsi domande su Napoli e sulle sue contraddizioni, invio ai compagni militanti una serie di riflessioni sulla nostra città, sperando ravvivino il dibattito al di là delle cartoline mediatiche che ci consegnano come allo sbando solo il sistema di smaltimento dei rifiuti.

Sono materialmente venuto al mondo in questi luoghi, a tre passi dai posti che ormai chiamo casa e che mi fanno sentire paradossalmente al sicuro quando cammino a notte fonda tornando al mio letto. Io, un cittadino atipico in una città che del tipico ha voluto fare la bandiera, ma non ne ha mai avuto niente: esportando l’esportabile di una Napoli da cartolina sempre più sbiadita di vicoli e vicoletti, di pizza e mandolino. Ma chi ha mai vissuto in questa città si rende presto conto che Napoli è una diramazione continua, che non esiste una sola città, ma centinaia di isole, di contorni spezzati e tagliati, un’insieme confuso e policentrico. Tanti centri per non averne nessuno: è la vecchia storia divide et impera.

La domanda che ti fai a volte, passando per queste strade è chi comandi davvero, chi ha sempre comandato: come se le cose che sono accadute, la stessa stratigrafia di ogni quartiere, di ogni singolo edificio vecchio e nuovo fosse stata architettata scientemente per produrre i risultati attuali. Altro che città delle contraddizioni, quello che alle volte ti si palesa davanti è un progetto politico coerente e maniacale, come solo un situazionista avrebbe potuto pensarlo: creare il disordine senza amarlo. Ma l’amore per le proprie creature, si sa, è quasi del tutto inevitabile. Quasi del tutto, perché se passi una notte in giro per questi posti, ti rendi conto che di amore, i costruttori e la borghesia edile, ne hanno distribuito poco da queste parti. Ciò che hanno saputo amare di un amore profondo e viscerale, però, è il disordine.

Abitare nei quartieri non è poi molto diverso dall’abitare in una cava: stesso livello di polveri sottili grazie a smog e spazzatura, stesso livello di rumori grazie a motorini che sfrecciano e lavori in corso nei palazzi. Abusivi, ovviamente. Tuttavia chiedersi dove comincia l’abuso e dove la sopravvivenza, l’arte di arrangiarsi tanto propagandata come pezzo ulteriore della Napoli-cartolina, è inutile: troppo spesso e troppo cruentemente coincidono. Come in un gigantesco parco a tema, pulcinella di ogni età, razza e sesso, scendono in strada coi loro slogan policromi, ma univoci nel loro aggiacampà-ismo: denaro gratis, vulimm’o post, lotta per il lavoro, legalizzatela. Sono stato una di queste voci (e ho tanta voglia di esserlo ancora) anche se ho sempre provato a tenermi alla larga dal folklore. Non so se per senso di superiorità o per lucidità: comunque sia, non me ne vanto. Bisogna stare sia dentro sia fuori dalle cose per capire in che modo funzionano e non.

Questa città non esiste. È un’invenzione millenaria perseguita nell’età contemporanea (ma quando finirà questa contemporaneità?) per puro gusto estetico ed etico: il capitalismo ha bisogno di far star male qualcun altro per sentirsi bene con la sua filantropia: il lavavetri ti lava il cristallo e la coscienza così come la questione meridionale, che nel frattempo ha assunto tutte le caratteristiche delle quaestio metafisiche medievali: lunga, noiosa e riguardante cose di cui non se ne frega un cazzo nessuno. Il fatto che ci sia un monumento di rilevanza storica ogni trecento metri non mi ha mai impedito di affiggere manifesti su ogni muro disponibile, monumenti compresi: un tentativo di vivere la città, di appropriarmene un po’ anch’io, visto che la maggior parte di queste bellezze storiche servono, al più come riserve strategiche di posti di lavoro e quelle sul serio importanti sono materialmente chiuse al pubblico dai prezzi dei biglietti o da orari assurdi. Ma non è una chiusura economica o materiale a rendere questo parco giochi della borghesia e della camorra (e dunque della borghesia violenta) invivibile per un cittadino. È la chisura a cui ti spinge il sentirti accerchiato e senza prospettive, la chiusura a cui ti costringe un ambiente sociale distrutto da comportamenti ai limiti – superati – di legalità e moralità. A cui ti spinge l’abitudine al lercio e l’assuefazione alla vertigine. Un’abitudine coriacea alla miseria ed alla marginalità che ti toglie anche la voglia di essere in qualche modo diverso, che ti toglie anche la capacità di pensare che fuori esista qualcosa: lo sanno bene i ragazzi di queste parti che tanto la scuola non serve a niente. Li vedono passare i loro coetanei a piedi e senza un soldo (CI vedono passare) fino a quarant’anni abbarbicati al sogno di riuscire a guadagnarsi il pane con quel poco che si è riusciti a studiare malgrado il sistema d’istruzione presente. Per loro è molto più semplice rischiare la vita, ma tirare a campare. Non so di altri posti, so – e poco – solo di questi. E qua funziona così. I ragazzi di queste parti lo hanno capito, forse inconsciamente, ed agiscono di conseguenza. Da sempre.

Vivo nel ventre scuro di Napoli da quasi sei mesi. Ho visto molto e molto poco mi è piaciuto. Non sono mai stato tra i corvidi che ne martoriano il cadavere, perchè il cadavere non c’è. Non sono stato neanche tra gli eterni sognatori ed i vati del riscatto, perchè si riscatta solo qualcosa che si è perso. Riesco solo a vedere l’inesistenza di una città che ha pochi dove e troppi chi. Napoli non ha un’essenza, non è una sostanza. Non ha neanche un’esistenza. Napoli è contingenza pura, non è neanche un fenomeno. Napoli è un qualcosa che si dà senza essere. Un epifenomeno. Un epifenomeno da baraccone.

A chi dice che Napoli non merita di esere salvata da se stessa, perché sono i napoletani a non voler essere salvati, rispondo che è vero: non meritano di essere salvati, specie se a salvarli sono quelli che l’hanno utilizzata come discarica di qualsiasi cosa. E non è Napoli ad essere tale: ogni posto in cui ho vissuto e sono passato, in giro per la sua provincia (perchè Napoli se è da qualche parte è in tutta la sua provincia ed in parte di qualcuna delle limitrofe) è Napoli. Questa città serve a noi che abbiamo la voglia ed il coraggio di scapparne, perché è l’esempio vivente di cosa fanno il potere, lo spettacolo, la repressione (nomi multipli, dall’unica faccia) alla gente.

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