Le parole e le cose: senso/sensi

Amo il mio dialetto d’origine. Ma non dell’amore romantico, di chi ama un’immagine, piuttosto artificiale, costruita negli anni. Come amare Parigi e non vivere in Banlieu, o Napoli e schifare i Quartieri. Il napoletano è fogna e cielo: insieme poesia e strumento di oppressione. Per me è una lingua acquisita, ma ricca di tesori.


È una lingua di senso, fatta non per dare direzioni, ma impressioni: una qualità che le lingua borghesi non riescono ad avere, una porosità che lo rende un’arma utilizzabile. Da tutti. E su tutti.

Il senso è un fluido strano, nel quale sei tu a dover trovare le direzioni e le ragioni, non è lui a dartele. Il senso non è la corrente, che tu puoi scegliere di affrontare o assecondare, ma la tua decisione: sei tu che decidi in che senso andare.

Il senso, è quello di usare la lingua per accendere altri sensi possibili: il senso è anche nel gusto, nell’olfatto, nel tatto, non solo nella vista e nell’udito. Il senso è nell’amare con tutti i sensi, qualcuno o qualcosa. Ma soprattutto qualcuno.

Perché “S’ pò campà senza sapé pecché, ma nun s’ pò canpà senza sapé pe’ chi”.

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