Provincia cronica¹.

“Le luci della centrale elettrica”, un nome che peserebbe come un macigno sul successo di qualsiasi band. Figuriamoci se parliamo di una one man band, di un tizio appena ventenne che tenta di mettere assieme la musica nazionalpopolare italiana degli anni ’70 con sonorità lo-fi talvolta vicine ai Radiohead e qualche eccesso rumoristico. Dicamo subito che questo demo, di cui trovate molte tracce sul myspace della band, non è per chiunque: il cantato è grezzo, il suono spesso confuso, le canzoni pieni di spunti spesso lasciati a metà, i testi criptici e talvolta manieristi. Eppure, se mi spinge a scrivere una recensione dopo tanto tempo, un motivo ci sarà. E c’è eccome.

Il motivo sta nel mix di sensazioni ed umori che queste nove tracce ci restituiscono: sin dalle prime note di “La gigantesca scritta COOP” veniamo trascinati sulle tracce di qualcosa di non ben definito. Sappiamo che intorno a noi si aprono tutte le porte che danno sui cliché dell’adolescenza: i vestiti inadatti, camerette di merda, il tedio, le notti passate tra discorsi vacui che paiono trascendentali e chissà quanto profondi. Eppure, a ben guardare di adolescenza è intrisa la retorica, ma lo sguardo non ha nulla di adolescenziale. Il punto di vista è posto all’uscita da tutto questo: ciò che ci viene raccontato, tra impennate vocali che sanno infinitamente di Rino Gaetano, è la fine non solo dell’adolescenza, ma di un modo di vivere la propria esistenza. “Le luci della centrale elettrica” ci regala un’istantanea non solo di cos’è avere 16 anni, ma anche qualcuno in più: di cosa si sente ad avere 22 anni e fare le cose che fanno gli altri, sapendo però già che finirà. Sapere che non si è più in una gabbia, ma proprio per questo non avere più alcunché di definito e definitivo attorno. Vedere la vacuità dell’entusiasmo nel vivere dei propri coetanei con la lungimiranza necessaria per sapere che quell’entusiasmo si rivelerà posticcio e non sforerà i confini della serata. Certo, è uno sguardo nostalgico, rivolto verso un’adolescenza vissuta come epica e colma di stereotipi estetizzanti (le galere universitarie con il mal d’Amsterdam, i voli a basso costo della Ryanair, i CCCP che non ci sono più…) e tuttavia vissuta con disincanto, ma senza rammarichi. È un album scritto con gli occhi di chi, a vent’anni, va alle feste e si mette contro una parete guardando gli altri che ballano e si dimenano: capisce perché lo fanno, ma non può condividere quella gioia incosciente.

Se il paragone vocale istantaneo viene, come detto, col grande Rino, l’orizzonte concettuale è molto meno “burlesco”: l’ultimo Pazienza, Claudio Lolli, la canzone esistenzialista italiana degli anni ’70, i Massimo Volume. E su tutto, a fare da condimento forte ci sono un oceano di luoghi comuni, tutti condensati in una provincia cronica, meccanica, densa, cupa, scura, corposa: alla fine di queste “canzoni d’amore e di merda dalla provincia”, in un orizzonte “postindustriale e postparrocchiale” una via d’uscita non si trova. Non certo nell’impegno politico (“La peggio gioventù”), ma tutto sommato neanche nel conforto di un amore (“Stagnola”, a suo modo una fantastica canzone d’amore), né in paradisi artificiali (“Piromani si muore”, “Arrivava via internet la sera”), né nella fuga altrove (“Fare i camerieri”). E forse, è naturale che non si trovi, a vent’anni, una via d’uscita.

Qualche consiglio, in calce: questo è un demo (forse), dunque è consigliabile prendere con le molle la qualità delle registrazioni (che volendo potrebbe essere anche un fattore d’appeal). D’altra parte, per quanto ora sia in heavy rotation nelle mie periferiche audio, anche io dopo un primo ascolto stavo per cestinarlo. Avrei fatto un errore.

Lo fareste anche voi.

 

Note

1: Non avendo trovato una copertina per l’album, me la sono inventata io.

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  1. le luci della centrale elettrica

    ciaoooo mi han appena segnalato questa cosa che hai scrittoooo,volevo ringraziarti anche se onestamente di tutte le pseudorecensioni della mia robba di dubbiogusto questa direi che questa è quella in cui mi ritrovo di meno però se ti ci ritrovi tu va bene lo stesso,, la scena di me appoggiato alla parete che guardo i miei coetanei ballare senza riuscire a partecipare al loro entusiasmo mi ha fatto come si suol dire cadere i coglioni ,, neanche nella menate melodrammatiche di studioaperto diocan,,
    e poi canzoni d’amore e di merda non di provincia e di merda cmq si sono cmq di merda è quello il minimo comun denominatoreee,,
    baci i ii i i

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