A/o-ccidentalismi

Ieri, seguendo il consiglio di un noto amico del popolo, ho comprato la mia copia de l’Internazionale, un settimanale che raccoglie notizie dal mondo e le traduce per il pubblico italiano. Non è che avessi bisogno di spararmi una posa da intellettuale o da modaiolo-radical-con-la-divisa-da-altermondista, ma semplicemente mi rompeva le scatole comprare il manifesto e di leggere l’ennesima tiritera sui sindaci anti-lavavetri, sul PD, sul delitto di NonDove, su un’altro uomo di spettacolo morto, sulle novità sui banchi di scuola. Mi andava, piuttosto, di capire cosa succedeva nel resto del mondo, cosa si muoveva, quanto arranca il buon senso in favore del capitalismo, quanto l’Impero della Paranoia vince sulla nuda vita dei soggetti. E poi 3 € non sono questa gran cifra.

La cosa che salta agli occhi leggendo Internazionale, rispetto a qualunque grande giornale “imparziale” italiano, è che l’unico modo per esserlo è pubblicare tutta la gente parziale che si può. Certo, leggendo vi capiterà di scazzare contro la Lilija Shevtsova di turno per le puttane che scrive sul sistema russo, potrete non condividere la linea del Times sulla Palestina, ma è anche vero che così capite cos’è che dice una certa parte di mondo. Un’altra grande differenza riguarda il modo di fare giornalismo. I lettori di giornali stranieri sono mediamente meno acculturati di quelli italiani. Gli si deve spiegare tutto, è gente che non vede neanche un telegiornale alla settimana: gli articolisti, specie quelli americani, spendono più di metà del pezzo per fare la cronologia degli eventi, e questo sottrae molto spazio all’interpretazione ed alle argomentazioni. Non metto in dubbio che sia una tecnica utile per fare il punto della situazione, ma sinceramente da un articolo di quattro pagine sul The Economist riguardo le relazioni Kgb-economia-politica in Russia, mi aspetto di più che soli 15 righi di argomentazione. Non so dire se il “metodo italiano” sia meglio o peggio, se avvicina o allontana al lettore. Di certo non mi infastidisce, mi comunica di più, mi fa sentire meno stupido.

La cosa peggiore, rimarrà però sempre quel senso di “occidente” che si ha leggendo gli articolisti dell’ex blocco occidentale: la presunzione di essere il centro del mondo, l’ago della bilancia, il baluardo mondiale di laicismo e ragione contro misticismo e tirannia. Sia nelle parole di una editorialista del The economist sulla questione SCO, sia nella tracotanza di Tzipi Livni e del suo intervistatore Robert Cohen (che comunque ha una visione del problema israelo-palestinese di gran lunga più lucida della ministra israeliana), ciò che traspare è la necessità di percepirsi come elite da parte delle “democrazie” occidentali.

Gli occidentalisti non erano così tracotanti fino a venti anni fa. Certo, credevano di avere ragione, che il capitalismo avrebbe vinto, che è l’unico reale sistema funzionante, ma erano pur sempre fermati, nei loro deliri monopolisti, dalle bombe sovietiche. Oggi – quando forse il loro monopolio è più minacciato che mai – la loro sicurezza e tracotanza si esercita attraverso il controllo del sentimento di insicurezza altrui, ma anche attraverso un propagandismo cieco: l’instillazione nelle proprie masse di un sentimento di superiorità oggettiva, molto simile alla grandeur dei grandi imperi in decadenza. Questa convinzione di essere migliori a prescindere, che non riesce a cogliere l’essenziale quota di casualità, il profondo stato di accidente che ha costituito la dittatura politico-economica del blocco euro-americano negli ultimi venti anni. Dimenticarsi di questo, dimenticarsi del caso che ti ha fatto padrone, significa dimenticarti che sei padrone di qualcuno. E se quel qualcuno smette di riconoscerti come padrone, sono cazzi tuoi. È capitato spesso, nella storia di questa specie: ci sta capitando anche in quanto specie e paghiamo già le prime rate.

È la consapevolezza di questa affinità storica tra il nostro tempo e la decadenza degli imperi che mi fa ben sperare per il futuro, mentre rido a crepapelle delle ingenuità occidentali.
A me, che non ho paura delle rovine.

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  1. sleepingcreep

    Oppure, dato che siamo in tema di internazionalismi, “Facce di cazzo dal mondo”… dopo “trattori dal mondo” (che esiste davvero!), credo che sarebbe l’edizione di Fabbri più venduta.

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