Requiem for a car.

Ieri sera, la mia macchina ha dato gli ultimi cenni di vita (almeno per ora). Nel pieno della tradizione Fiat, ha deciso di rompere le scatole nel posto e nel momento sbagliato. E tuttavia, quest’auto è stata, per me, motivo di grosse soddisfazioni e – benché fosse solo un oggetto – di grande affetto.

È stata la macchina su cui ho imparato a guidare, su cui ho fatto i primi viaggi, le prime uscite con gli amici. È stata complice nella mia relazione con Amalia. Ha sopportato anche il mio Servizio Civile.

fiat punto

Come ogni Punto che si rispetti, nasceva negli anni ’90 da un’idea di Giugiaro che doveva sostituire la Uno. Della sua progenitrice non aveva nulla, quanto nulla ha di quella “grande” che dovrebbe esserle succeduta, ma che più che essere una sua “figlia” o “sorella giovane” ha solo i caratteri dell’usurpatrice modaiola.

In realtà, per quanto classificata sotto la voce “berlina”, la Punto – la Vera Punto – era una macchina per l’italietta in recessione, per l’Italia da post-scala mobile, l’Italia austera. Diciamocelo: è stata l’ultima grande auto costruita per mettere in macchina gli italiani, per dar loro la nuova grande innovazione ecologica: la catalitica. Ve la ricordate la polemica sulla catalitica? Io sì, sinceramente, perché la mia Punto era anche catalitica.

È stata una delle ultime vetture FIAT ad avere un allestimento degli optional categorizzato per lettera: S, L, LX, ELX che sta per Lusso Extra: l simbolo del ritardo Fiat negli anni ’90, il segno che – ora come allora – il target di mercato era il nostro Paese, non di più.

Eppure, nella sua provincialità, questo carro armato nazionalpopolare, questa Trabant de’ noartri, questo Golf da balera ha avuto i suoi vantaggi ed i suoi pregi. Oggi non venderebbe nulla, con la sua forma retrò ed il suo peso spropositato, i suoi consumi esorbitanti, la fragilità di alcune componenti (qualcuno ha detto “guarnizione di testata”?), la sua scomodità spartana.

Eppure, dove mi ha portato lei, sfido qualunque delle nuove smorfios-car a guidarmi: sfido una 500 qualunque, insieme a tutte quelle che la 500 ha copiato spudoratamente, a farsi 500 km a pieno carico senza battere ciglio. Le sfido a perdersi nei vicoli di Napoli, coi sampietrini al posto dell’asfalto, con 200 kg di amplificazione nel cofano, e riuscire a tornare indietro. No, cari miei, questa Vecchia Punto, grande amica, non ha nulla delle auto-salottino che girano oggi. Era una di quelle ancora definibili come “macchina”: se potesse parlare, sentendosi chiamare “automobile” direbbe “passi, per l’auto, ma ca ma’ pigliat pe nu cummò!?”.

Eppure, ieri sera, ti sei spenta. In una salita ripida, hai rinunciato a portarci ancora con te. Ti ho dovuta lasciare, questa notte, alle intemperie, al vento caldo di una notte calda. Ci hai lasciati così, spauriti, su una strada deserta. Tanto deserta che, all’arrivo del maniaco, nulla abbiamo potuto fare per salvare Giada.

Mi mancherai. Mi mancherai tanto.
Fintanto che starai in officina.

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