Ma automatix serve o no?

Mattew Garrett, sul suo blog, ci offre un’analisi dei vari problemi nei quali incorrono gli utenti di Ubuntu che scelgono di affidarsi ad Automatix per installare tutti i pacchetti non inclusi di default nella distribuzione.

In sostanza Automatix è un tool scritto in python e distribuito sotto forma di file .deb che, attraverso una interfaccia abbastanza intuitiva, permette di selezionare le parti software da installare e le installa da solo aprendo un terminale da fakeroot. E fin qui tutto bene, non dovrebbero esserci problemi, se non fosse che i repository usati non sono quelli ufficiali di Ubuntu e quindi creano un’interminabile serie di problemi in cado di eventuali aggiornamenti di sistema. Inoltre, i pacchetti distribuiti attraverso i suoi repository spesso sono molto al di sotto degli standard del sistema, non risolvono le dipendenze o addirittura le corrompono ed incasinano /etc/apt/sources.list. A ciò vanno aggiunte una serie di pecche nella scrittura dei dati che rendono poco sicuro il suo utilizzo e la sua fruizione, come ci segnala il buon Matthew. Ma allora perché installarlo?
Nonostante sia fatto malissimo, questo programma risolve un grosso problema degli utenti alle prime armi: il suo utilizzo evita ai nuovissimi utenti di mettere mano alle parti “vive” del sistema, ma gli permette comunque di installare codecs e parti del sistema dipendenti da licenze proprietarie. Eppure, tralasciando il dato meramente etico (anche a me piacerebbe avere una distro totalmente open, motivo per il quale forse passerò un giorno a Debian), credo sia comunque sbagliato usare tool come Automatix: oltre alle pecche di realizzazione ed al fatto che sia pericoloso, è importante ricordarsi che con questo genere di facilitazioni l’utente non è invogliato per niente a capire come funzioni il sistema. Così facendo, quindi, l’utente non si emanciperà mai da un certo genere di tool.
È anche vero che le procedure in linux sono ancora piuttosto complesse e che potrebbero essere ulteriormente semplificate attraverso dei piccoli accorgimenti: se un tool come Envy (o almeno i suoi principi base) è stato integrato in maniera piuttosto felice in Feisty per gestire i driver con restrizione delle periferiche, non vedo perché non si possa pensare ad inserire un tool che faciliti l’installazione di codec e software necessari per un passaggio indolore all’open source anche per i neofiti. Magari nel 2008 potrebbe muoversi già qualcosa, chissà… Nel frattempo, conviene usare i Feisty tips & tricks, che ci insegnano anche ad usare la shell.

Non è mai troppo tardi, per imparare.

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  1. norton

    ma di autopackage che sai dirmi? io onestamente mi sono sempre rifiutato di usarlo perché non ho avuto il tempo di documentarmi sulla sua efficienza, anche sarebbe comodo poterlo usare.

  2. sleepingcreep

    Autopackage è un sistema per installare pacchetti indipendentemente dalla distribuzione: non è male in sè, il problema è che chi distribuisce il software lo dovrebbe rilasciare già impacchettato con autopackage. Alcuni produttori di software lo fanno (aMSN è distribuito anche con autopackage, oltre che in sorgenti), ma essendo più comodo per molti distribuire direttamente i sorgenti il progetto non è ancora decollato. Del resto, tanto varrebbe mettere a disposizione dell’utente uno scritp .sh che installi il programma in automatico, o distribuire pacchetti specifici per distribuzione. In sostanza credo che quella del “pacchetto universale” sia una buona strada per facilitare l’utilizzo di linux agli user desktop abituati al “doppio click e installa”, ma genera anche dei problemi di sicurezza: in fondo non sai cosa ti sta installando e quando lo saprai potrebbe essere troppo tardi 😉 . Spero di essere stato esaustivo.
    Ciao e grazie di essere passato.

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