Il dovere di reprimere.

[Ho scritto questo racconto tra la metropolitana ed il pullman, ieri sera ad ostilità finite. Nonostante i miei timori, quasi tutti i media hanno trasmesso l’idea di un corteo pacifico “nonostante gli insulti alle forze dell’ordine”. Spero che la mia versione dei fatti – che per carità non pretende di essere obiettiva, in quanto di parte – rappresenti una presa di posizione chiara sul ruolo giocato dalle forze del (dis)ordine nella giornata di ieri.]

Il pullman ci vomita fuori che è già l’una passata: stamattina erano parecchie le cose che potevano andare male, e sono riuscite ad andar male tutte. Ma sono qui ora: il come ormai non ha importanza. Avanziamo compatti. A corteo non ancora cominciato, c’è già polizia ovunque. Ci infiliamo in metro: siamo tanti, ma per fortuna il treno è quasi vuoto. La lunghezza del tragitto permette ai compagni di organizzare un diversivo comico pieno di storie più o meno autobiografiche: come al solito, sono in disparte. Ma non sono triste né mi sento fuori luogo: sono qui, dove vorrei essere, dove sento il bisogno di essere… dove desidero essere. Soltanto che, come sempre, non sono uno di loro.

La metro si ferma, non vedo la stazione ma penso sia “Repubblica”, non mi interessa e seguo lo sciame di compagni schiamazzanti, faccio da apripista intervallato da altri compagni. Non mi sento un’avanguardia, tengo solo alla nostra comune incolumità. Appena si apre Piazza Repubblica davanti a noi mi appare chiaro che abbiamo fatto il culo ai parlamentari, che saranno rimasti da soli a Piazza del Popolo, a piangere delle loro passioni tristi. Per una volta, forse la prima volta, non mi sento triste ed inutile. Sono qui. Anche se mi sembra di esserci da solo.
Gli altri sono in ordine sparso, a salutare gli amici romani. Non credo di avere amici romani: solo qualche compagno, qualche bravo compagno, ma niente di più che volti. Poi accade, e la cosa mi colma di gioia: Silvia mi vede, non vista, si fa strada tra la folla, mi viene a salutare apposta. Poi Iago. Poi Tania. Poi Vanessa. Poi Michele. Mi accorgo di non averne avuto alcun bisogno. Non ero solo, non sono mai stato solo: sono qui con tutte le persone che non ci sono perché non hanno potuto. Amalia su tutte. Ma anche Gianfranco, Laura, Angela, Marcello… Io sono qui, sono migliaia di persone: tutte dentro di me. Sono una moltitudine. Ed ho un messaggio, da parte di tutti: Stop Global War.
Vedo un po’ di movimento, segno che si sta organizzando il servizio d’ordine. Non ne ho mai fatto parte, non so dire se per scelta o perché ne sia mancata occasione. Stavolta non voglio avere scelta: è tutto ciò che sono che decide e m’imbuco. Assisto senza parlare a tutta la discussione, sorrido ascoltando la pseudo-parola d’ordine. Sono pronto. Vittorio mi chiede di reggergli il casco: ne ha un altro nello zaino. Senza chiedere lego quello che mi ha dato alla cintura: ci guardiamo e so già che sono arrivato alla stazione di Napoli con lui e non avevamo dove posarlo. Non ho voglia di opporre dialetticamente violenza e non-violenza. Non posso calcolare se usare la violenza sia giusto o meno: sono mosso dal desiderio in questo momento e dunque soppeso la mia scelta, che tende a preservare la salute degli altri. Sono nel servizio d’ordine: attendo alla comune incolumità.
Il corteo comincia. Il corteo è grosso. Ci muoviamo, sotto un sole infernale avanziamo incordonati: davanti a noi il PMLI canta cori che puzzano di muffa. Non fa nulla, li lasciamo avanzare tenendoci a distanza di sicurezza, per evitare crisi di vomito. È un cordone stretto, sono spalla a spalla con Diego ed Ivo: non che ce ne sia bisogno, ma mi sento sicuro. Poi nuovo movimento: fasci, da qualche parte. Partono in sei o sette. Ci viene consigliato di rimanere incordonati: si apre una bufera di “col cazzo”. Mi sciolgo dal cordone, degnamente sostituito, mi schiero con gli altri all’imbocco di una stradina: sono pronto. Non sono mai stato così pronto in vita mia. Non succede nulla: avanziamo vicolo per vicolo, ma non c’è nessuno, solo polizia: ovunque, densa, cupa, incazzata. C’è quasi più polizia che esseri umani. Hanno speso 120 milioni di euro per assicurare la messa in sicurezza di questa città: per numeri, lo schieramento di oggi rispetto ad altre volte sembra quello del dipartimento di polizia di Los Angeles contro quello di Piazzolla. Dei fasci neanche l’ombra. Ma siamo qui, li aspettiamo.
Avanzando tra le stradine, sbocco in una strada più larga: una masnada di compagni vanno verso il corteo. Dal numero impressionante di bestemmie proferite, mi rendo conto di essere capitato tra padovani e bolognesi, che sono arrivati in ritardo causa blocco dei treni. Alla mia sinistra Luca Casarini bestemmia come uno scaricatore di porto: dimentico della carica di ecceità di cui è intrisa una bestemmia, le usa come intercalare. Scatto in avanti, riprendo posto nel cordone di testa. 120 milioni di euro. Almeno facciamoglieli giustificare.
Per tutto il resto della strada, carabinieri e poliziotti in assetto da Robocop: il numero è tale che gli scudi non bastavano tutti uguali e quindi c’è un fiorire di scudi tondi tra quelli quadrati, di scudi della Polizia tra le file dei Carabinieri. Un delirio: siamo tanti, ma questo è un clima da dittatura militare.
A Botteghe Oscure prendiamo a destra, lasciandoci alle spalle – intonsa – la sede dell’UDEUR. L’aria si fa più fresca, la sera sta avanzando. Così anche noi. È un attimo e cominciano a fioccare bende, felpe col cappuccio e caschi. Guardo Paolo che si mette le protezioni, che mi guarda e mi indica di voltarmi: una maschera antigas mi viene porta da Giovanni. Non faccio domande. Mi infilo tutto. Sono qui, per me e per gli altri. La moltitudine dentro di me urla e scalpita: vuole che la sua voce sia sentita anche da chi sta al di là dell’autoproclamata zona rossa. È una logica pericolosa dire che milioni di persone sono dietro di me, ma non è così: quelle milioni di persone sono dentro di me. Io sono quei milioni di persone e tra loro sono anche io. Nessun senso unico, ma libertà di attraversamento reciproco.
Piazza San Pantaleo rimbomba sotto il suono delle bottiglie che si infrangono per terra mentre la polizia fa finta di avanzare: se volessero farci male non servirebbe molto. Vanessa mi sta accanto, nel cordone di testa, nel gruppo di impatto: le chiedo se mi riconosce. Ci mette un po’ e poi fa “ciao Fede, buon camuffamento”. Mi sento orgoglioso di me, solo dopo scopro di sembrare un’ape. D’un tratto una bottiglia, lanciata dalle retrovie, mi prende di stricio il casco e si infrange poco oltre i miei piedi: qualcuno mi parla con accento del nord e mi dice “ndemo a ficar dentro quei stronsi”. Prendiamo un paio di scoppiati lanciabombe e li buttiamo oltre i cordoni, ma sono troppi. Partono i lacrimogeni, la maschera non mi protegge gli occhi ed i fumi acri mi costringono a lacrimare. Mantengo la calma ed anche se non vedo quasi un cazzo, indietreggio fino a Via della Cuccagna: sono rimasti in tanti, ma la polizia non sembra avere intensioni serie. Neanche lo penso che mi ricredo subito: la piazza è circondata, non ci sono vie d’uscita. Confabulo coi compagni di Napoli: tra meno di un’ora dovremmo essere al pullman, ma è fantascienza. Ottantamila persone prigioniere di Piazza Navona, con le retrovie lasciate agli anarchici ed i ragazzini che scappano – provocando piccole ondate all’indietro – ogni volta che vedono un casco. Siamo qui per ora, manteniamo la calma cercando di non farci fare male.
Un’attimo di quiete, dura una mezz’ora. Poi la polizia irrompe in Piazza Navona da Via della Cuccagna e c’è panico: non si esce da nessuna parte. Mi avvicino ad una delle stradine presidiate ed urlo ai presidianti, dimentico di anni di educazione riguardosa, “come cazzo usciamo da qua?”: uno di loro mi guarda e fa “mo’ v’arapimm a’ strada in fondo”, ma il fascino del genius loci mi ha abbandonato decenni fa. Tutte le strade sono chiuse, il nostro camion avanza. Non faccio a tempo a dire “Porco Cristo” che sento di nuovo gli occhi lacrimare: questi pazzi hanno lanciato lacrimogeni in Piazza Navona. Se non fosse stato chiaro prima, adesso è lampante: la guerra al dissenso è totale, globale, radicata. Se Bush, il rappresentante dell’egemonia imperiale, viene contestato, il dissenso va piegato, arginato, estirpato se ce n’è la possibilità. In fondo alla piazza la polizia ci lascia aperto un varco in cui passa a stento una persona per volta. Riesco a passare scappando dai lacrimogeni, ma il varco dura solo pochi minuti, poi viene richiuso: urliamo, ci dimeniamo perché riaprano, ma non sembra servire a molto. Finalmente, dopo una mezz’ora, si apre un varco sul lato sinistro della piazza ed i nostri escono. Siamo stramati, ma ce l’abbiamo fatta.
Passa un po’ di tempo, dobbiamo decidere come andarcene, la polizia ci tallona ed i compagni sono piuttosto incazzati per com’è andato l’ultimo spezzone di corteo. Decidiamo di andare verso la metro, ma è lontana. Il corteo durerà per un’altra ora, fino alla metropolitana di Lepanto. Ci muoviamo stanchi, ma velocemente. Attraversando la strada un tizio fa di tutto per passare con la macchina: accelera, sbraita, impedisce ai compagni di passare. Tira giù il finestrino e dice qualcosa in romanesco, qualcosa di offensivo. L’auto viene investita da un florilegio di manate una delle quali, non proprio volontariamente, gli sfonda il finestrino posteriore destro: non ho il tempo né la forza di soppesare se questo è giusto o sbagliato, le braccia mi pendono lungo fianchi quasi dormienti. Se l’è cercata, questo è certo. Il tragitto verso la stazione è lungo. Combattino ogni tanto mi chiede il cellulare ed io ogni volta gli rispondo che si è finito l’ultimo euro che avevo per chiamare Raparelli. Casarini ed i suoi bestemmiano. Giovanni si compiace dei numeri del corteo contro il floppissimo del sit-in a Piazza del Popolo. Io sono qui ed ho fatto quanto mi sentivo, fin dove potevo. Questo mi basta.
Mi ficco tra i primi nel treno, destinazione Anagnina. Il tragitto è lungo e mi metto a scrivere. Il viaggio è ancora lungo, pe tutti noi.

Advertisements

Un Commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...