General intellect.

La possibilità di fruire gratuitamente di saperi mi è sempre stata molto a cuore: non sono mai stato un fan del diritto d’autore, né di quello attivo né di quello passivo ed ho sempre ritenuto libere e liberamente modificabili le mie “creazioni”, oltre che aver sempre fregato (ove possibile) quelle altrui con fotocopie e letture di straforo in Feltrinelli e con altri mezzi poco leciti. Ho sempre sostenuto che le biblioteche dovessero essere di più, più efficienti e più pubblicizzate (la mancanza di pubblicità è una delle fondamentali ed intenzionali limitazioni al loro utilizzo) e soprattutto gratuite, nonostante non ne sia un abituale avventore (e questo, lo so, a mio demerito).

Tendo invece a premiare quelle opere d’ingegno e di creatività che reputo meritevoli di una cifra non comunque esorbitante, ma non perché senta la necessità di “ripagare” chi le produce (oddio, un po’ sì), ma piuttosto perché sono un feticista del medium cartaceo. Il fatto però che, per adattarsi alle normative europee in materia di copyright, la Repubblica Italiana sborsi ogni anno 3 milioni di euro perché “anche gli autori devono essere remunerati dal prestito bibliotecario del libro” mi sembra un assurdo: in pratica non è la singola copia che deve dare reddito allo scrittore, ma la singola lettura. Ed hanno anche da venire a dirmi che la biopolitica è una cosa astratta ed insensata? Ok, 3 milioni di euro nel bilancio italiano sono come uno sputo nel lago Ontario, ma la logica cui si sottende con questo provvedimento non ha giustificazioni. È impensabile tassare la singola lettura quanto lo sarebbe impedire – che ne so – la lettura a voce alta dell’opera (non che la Adobe non ci abbia già provato) o il prestito a titolo personale (e qui entrano in gioco il web sharing ed il p2p). È evidente che sono sotto attacco, sempre di più e con sempre maggiore arroganza (e sottigliezza) i beni comuni e con essi una delle specificità della nostra specie, una di quelle cose che ci rende uomini: la cooperazione. Il che non è molto diverso dal dire che l’uomo sia “animale sociale”, fondamentalmente atto a vivere con altri, dunque a lavorare e produrre in sintonia non solo coi bisogni propri, ma anche con quelli altrui. È chiaro che questa caratteristica del genere umano non ha necessariamente un tono socialista o comunisteggiante, dato che viene perfettamente utilizzata dal modo borghese di produzione ed accumulazione del capitale: è vero però che la necessità di profitto sta in maniera percettibile estendendo il proprio campo dai bisogni indotti e da quelli privati alla sfera pubblica a dei bisogni sociali con sempre più forza e senza minimamente mostrare ritrazioni (con buona pace del compagno Toni).

Ma il sistema capitalista non è sopravvissuto così tanto tempo da sprovveduto: è evidente che al capitale, specie in questa fase in cui a produrre plusvalore è più la conoscenza che la produzione materiale, dovrebbe convenire una più fluida circolazione del sapere invece che una sua rigida chiusura in gabbie. Allora perché applicare un prezzo al prestito bibliotecario? Semplice: a pagare non saranno i singoli soggetti (o presumibilmente no: questo dipenderà dal livello di lucidità dei singoli governi), ma i grandi apparati statali che, come da copione, potrebbero non reggere al colpo finanziario ed essere obbligati a delegare la funzione ad uffici privati che avrebbero il compito di ottimizzare il lavoro all’interno degli istituti bibliotecari ammodernati¹.

Il risultato è che la vita ed il consumo dei singoli soggetti sono messi a produzione, spesso in maniera del tutto inconsapevole: non è il fatto che tu paghi effettivamente il servizio che conduce all’accumulazione di plusvalore (cosa che probabilmente non si verificherà), ma il fatto che tu stia usufruendo del servizio che garantisce un guadagno all’autore (o meglio, alla casa editrice): l’interesse viene maturato non sulla quantità di danaro che il servizio “rende”, ma sulla quantità di servizio erogato. In pratica il denaro sfuma, rimane il potere derivante dalla quantità di transazioni (in piena linea con ciò che accade nell’alta finanza). Non è un caso che la maggior parte dei grandi gruppi editoriali sia legato a filo doppio ai grandi gruppi finanziari, in Italia come nel resto del mondo.

Frattanto gli autori, almeno una buona parte di essi², tentano di spiegare che a loro di questa royalty non gliene frega niente e che anzi la considerano un’ingiustizia. Qualcuno se ne sta interessando attivamente e di certo qualche significativo risultato si può ottenere.

Il mio consiglio rimane lo stesso: eccedi, sottrai, crea!

 

Note
1: non capirò mai per quale ragione, nel nostro paese, la cessione a privati di servizi pubblici viene tradotta col lemma “ammodernare” anche considerando che in genere peggiora il servizio proprio perché non si cambia assolutamente nulla di quello che c’era dentro di cattivo e, per di più, quello che c’era di buono rimane alle incurie e si guasta.
2: dico “buona parte” in senso qualitativo, non quantitativo: gentaglia attaccata al soldo, gli scrittori.

 

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Un Commento

  1. Antonio Peduzzi

    Caro amico, le cose che tu scrivi mi sembrano ampiamente accettabili, e non serve dilungarsi a spiegare perché.
    C’è tuttavia un aspetto che mi pare criticabile: tutto questo non ha nulla a che vedere con il problema del General intellect, knowledge, di cui parla Marx nei Grundrisse.
    Ciao.

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