Lezioni di mitopoiesi.

Ho ascoltato con molto piacere le parole di Wu Ming 1 riguardo 300, il fumetto/film di Frank Miller. Non l’avevo fatto finora per casini coi codec che mi rendevano impossibile l’ascolto del file audio. Meglio tardi che mai, comunque: quando ho visto il film, circa due mesi fa assieme ad un amico ed a mio fratello, ho vissuto più o meno la stessa sensazione che ha colto WM1: anche se non ero in Toscana il pubblico imprecava e “partecipava” ugualmente alle scene (veramente mitopoietico mio fratello che urla “MORTAL KOMBAAAAAAT” durante uno dei cruentissimi combattimenti); anche se non sono molto mascolino/maschilista il film mi ha preso e mi sono lasciato irretire nella logica “cameratista” e parafascista (per tutta l’ora successiva tutti e tre rispondevamo “auh! auh! auh!” al posto di “sì”).

Il problema, quando succede qualcosa del genere, è non farsi prendere dal panico: come giustamente sottolinea WM1, alcuni film di Leni Riefenstahl rasentano la perfezione estetica, a prescindere dal significato politico. Ricordo il timore che mi prese la prima volta che vidi Das Triumph des Willen, di essere stato affascinato dall’iconografia nazista (ma, caso strano, non provavo timore dall’essere affascinato dall’iconografia sovietica): ero giovane, non riuscivo a mitigare l’odio ed a separare la forma dal contenuto in un’opera d’arte. Eppure fui irretito dalla folgorante e sadica bellezza di quel documentario. Crescendo ho imparato a districarmi, a non dare di matto o sentirmi in colpa nel trovare bello qualcosa di terribile o cruento: del resto anche allora sapevo che investire persone con la macchina era una cosa terrificante e ciò nonostante ho seguitato a giocare a Carmageddon per anni (che il mio stile di guida ne abbia risentito?). Il problema è che tali film producono preoccupanti processi di soggettivazione che incutono nelle persone “dormienti” (i fessi) processi e paure inconsce, che tali non sono da parte di chi l’opera la produce o la diffonde (per quanto se ne lavi le mani).

E tuttavia l’orizzonte di scardinamento non manca, perché non va sottovalutato che 300 è un film a tratti opaco, maledettamente ambivalente. Certo la cosa non riguarda né il fumetto né il film presi integralmente, che sono sin troppo chiari nella loro struttura generale (e sfacciatamente fascistoidi e filoamericani). È invece negli interstizi, nel mezzo, nel torbido vorticare degli eventi che cresce la verde erba (ah, Deleuze!) dell’ambivalenza: gli spartani a tratti sembrano un gruppo di Marxisti-Leninisti (vestiti di rosso, tra l’altro) pronti a prendere le botte dalla polizia; non bisogna dimenticare che Serse guida di un impero che, sebbene panasiatico (come ancora giustamente nota WM1) è pur sempre un impero, un qualcosa che nella realtà non esiste se non da parte “occidentale” (neanche i più acerrimi nemici dell’Islam lo vedono come un qualcosa di monolitico); il messaggio chiave di 300 è la lotta contro l’asservimento religioso, piuttosto in controtendenza con quanto propagandano le destre (e le pseudosinistre) di mezzo mondo.

Nel mezzo, in questi piccoli anfratti, soffocati dai palazzoni del mito tecnicizzato, cresce un po’ d’erba, in fondo. Che si possa sovvertire partendo da essa? Intendiamoci, so bene che quanto identifico con l’alternativa interna all’opera è poca cosa (peraltro criticabile) rispetto al suo complesso, ma credo che opportunamente detournata (o blobbata se si preferisce) questa materia possa rivelarsi financo un po’ sovversiva.

Certo è necessario ripensare il mito, ma non credo che la soluzione sia rifugiarsi nel “genuino” mito non tecnologico: chi stabilisce quale mito è intonso? E qual è il livello di diffusione attuale di un mito siffatto? Non dimentichiamo che la tecnica non è il male radicale né la speranza di salvezza, ma solo un modo che l’uomo ha di rispondere ai propri bisogni, creandone di nuovi: in breve, il motore dell’evoluzione della società umana o comunque ciò che testimonia il progressivo acuirsi della divisione del lavoro¹. Dunque abolire la tecnica non significa avere un mito migliore. Spero seriamente che l’elaborazione di miti, d’immaginario, i processi di controsoggettivazione in generale² ci spingano ad un immaginario globale che sconfigga le “barriere culturali” (che resistono più o meno con la stessa qualità di senso del diritto d’autore).

Io faccio il mio, nel frattempo.

 

Note
1: l’inasprirsi della quale ci porterà un giorno alla società senza classi… scusate: rutto marxista ;).
2: ma da quanto sono diventato così foucaultiano? Dannata Balzano!!

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  1. Wu Ming 1

    Ehi, capo, io dopo la lezione ho continuato a riflettere e prendere appunti, che poi ho raccolto e sistemato in un saggio scritto per la rivista del DAMS. E’ – in versione quasi definitiva – qui:
    http://www.wumingfoundation.com/Interventosu300.pdf
    La cosa che mi piace del tuo post è che tu dici: c’è la possibilità di un détournement anche se l’opera va in blocco nell’altra direzione. Un détournement piccolo, dichiaratamente minoritario. E questo va bene. Il problema è quando cercano di presentarmi il détournement come fosse analisi oggettiva del film e delle sue intenzioni. Serse = Bush, “300” film di sinistra etc. etc. Lo hanno fatto diversi commentatori, da Crespi de “L’Unità” al solito Slavoj Zizek (segui la nota a pie’ di pagina che lo riguarda per leggere la sua recensione, intitolata “The True Hollywood Left”). Secondo me è una cosa che non sta in piedi.
    Sulla questione della tecnica: quando Jesi parla di mito “tecnicizzato” non intende semplicemente “tecnologizzato”, almeno non mi pare. Risale al significato originale di “technè”, cioè “modo di fare le cose”. Il mito “tecnicizzato” è tale perché evocato intenzionalmente, con particolari *tecniche*, per uno scopo strumentale. Mentre l’atteggiamento “genuino” (avrai sentito dalla lezione che quest’attributo non entusiasma nemmeno me) è quello di chi si accosta al mito e alla mitopoiesi senza l’atteggiamento di chi scassa una serranda col piede di porco 🙂

  2. sleepingcreep

    @ occhidaorientale: sì sono proprio orgasmici, oliati come polli al forno e con addominali che sembrano tapparelle (altra frase di mio fratello “uà, ma chiste sann’ mangiat’ e’ tapparell’ stammatin’).
    @ Wu Ming 1: tu proprio non vuoi smetterla di bazzicare qui, eh 😀 ? Come detto, è effettivamente vero che la cosa non sta in piedi e che l’interpretazione “di sinistra” è solo potenziale e del tutto minoritaria (del resto ogni volta che mi chiedono “come hai giudicato 300?” vado ancora in panico e parto con pipponi di ore, tentando di spiegarlo a me ed a chi chiede). Per quel che riguarda la tecnica, ho effettivamente calcato un po’ la mano sulla tecnologia perché ho un po’ i coglioni pieni di heideggeriani che mi girano in facoltà 😀 , dunque usami clemenza se ho frainteso, ma quando sento “tecn…” scatto come un dobberman impazzito che assale il postino solo perché ha messo un lembo della giacca denro il cancello. Dunque non rettifico il sermone sul mito tecnologizzato, ma apprendo che non centra una ceppa (o quasi) con quello che dicevi te. Per quanto riguarda il saggio, lo leggerò appena dopo l’esame su Weber di stamattina (in cui azzeccherò una figura di merda, questa sì, mitopoietica).
    Saluti e gratitudine: la sua presenza onora questo blog 😉

  3. Pingback: Bye bye badman - 2¹. « Detourned life

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