Tornando a casa.

Avevo promesso di non trasformare questo posto in un postribolo di tossicità emotive (tardo)adolescenziali, e cercherò di mantenere le promesse fatte. Ciò nonostante nel treno del ritorno, da sempre pieno di parole e rammarichi, mi ha assalito il demone della scrittura e mi sembrava opportuno trascrivere quelle righe. Da prendere con le molle, considerandolo un rigurgito.

Come sempre: puzzo da fare schifo, in un treno vuoto. Seconda carrozza, porta chiusa, cinque corpi ammassati e lanciati a velocità media. Per le prossime otto ore, casa mia. O forse no: non ho voglia di tornare a casa, ho solo voglia di rivedere lei. Lei non è qua, e questo mi rompe dentro. Ma non mi sento solo: la mia schiena contro Francesco, le mie gambe contro Yago, sento il respiro di Fabio, lento e regolare. Caldo, tanto: non posso aprire il finestrino senza calpestare Tania, e dio me ne scampi, scatenerei la sua furia. Non li conosco, non sono uno di loro, eppure mi sento a casa: e non li conosco perché come al solito mi alieno dai processi di socializzazione, non sono bravo con la gente, specie se non faccio di tutto per socializzare, più o meno attendendo che mi si venga a prendere; e non sono uno di loro perché mi sento forse troppo incline al sogno e troppo poco all’azione, certamente formato in un partito hegeliano (poca testa, ma a cui si da troppa importanza); e tuttavia, a casa, perché non mi chiederei altro che essere qui, per sapere di star facendo di tutto perché questo mondo non sia così com’è, per muovere il suo immaginario verso la sponda materiale dell’altro mondo possibile, per quanto eterotopico. Compagni di viaggio, dormono. Francesco: i suoi occhi ed i suoi occhiali; il suo articolo uno; la sua risata e le sue memorie; il suo parlare senza rabbia. Tania: Tania ed il suo ridere sul niente; la mia cuginetta stronza; Tania e Francesco; le fughe in avanti ed i medi alzati. Yago: la sua tensione al sotterfugio contro la mia eccessiva educazione; la polizia che ci ferma; Yago e Silvia da Roma 3; Yago ed una tesi in geologia sul traforo del Gran Sasso; Yago che odia il petrolio, ma ci deve lavorare. Fabio: lavorare alla tesi in treno; il mio iPod nelle orecchie; il suo respiro lento e regolare; pezzi di lui, troppo pochi per capire.
E poi ci sono io. Io che non ho ancora capito cosa dire, se parlare o stare zitto: cara mamma, ho almeno imparato a non parlare interrompendo gli altri. Io che avrei bisogno di un corso di “interventismo”, io che uso battute per mascherare la mia pochezza, che uscirà comunque fuori dai miei silenzi. E non mi sto autodenigrando invano: se non sono perfetto è perché sarò sempre migliorabile.
E non vorrei essere altrove: vorrei solo ci fossi tu, qui, abbracciata a me, amore mio. Non a 900 km. Che ripercorrerò con la sola voglia e speranza di stringerti di nuovo, nel tuo vestito di seta viola: non cerco perdono, ma gioia e rivoluzione; non cerco requie, ma la forza di combattere; non voglio indulgenza, ma condivisione. So che sai darmene e non perché so giocare con le parole: hai visto e scorso parole più lievi, tante. Me ne darai perché sei come me, anche se un po’ meno triste. Eppure, se fossi qui, in questo momento, in questo ventre di metallo e legno, tra le mie braccia, so che di colpo non esisterebbe altro. E non ci sarebbe altrove a cui tornare: tutto sarebbe in un istante casa. Ma non è ancora.
Il treno si ferma, i riflessi delle luci mi impediscono di vedere cosa ci sia fuori dal finestrino semichiuso.
La destinazione è già un po’ più vicina.

Ed ora studio.

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Un Commento

  1. occhidaorientale

    Io voto a favore delle eccezioni, se sono così.
    Venir meno ogni tanto alle premesse con cui questo blog è nato ti fa bene.
    Meno Linux più tossicità (?) emotive!
    In realtà questo post è bellissimo *_* e io vorrei contagiare tutti con la mia fisiologica incoerenza verso ogni tipo di “programmaticità”.
    (Tanto per dire: aprendo esteticanestetica mi ero ripromessa di non essere pucciosa/melensa/noiosa… coff coff)

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