Post-fordistic chill¹

È quanto mai vero che il precariato è la destinazione di una intera generazione: il mio destino, anche. Ma bando alla tristezza: è tanto più triste stare sotto lo stesso padrone per quarant’anni di fila, meglio cambiare. Il problema è che non si ha alcuna sicurezza di nulla, in questo terreno liminare ed ibrido tra lavoro e vita. Sergio Bologna invita tutti noi a percepirci come classe e non più come generazione… per quanto non ami molto usare il termine classe (avendone abusato fintanto che ero trotzkista), è chiaro che per uscire dall’impasse costituita dall’attuale modello di sviluppo è assolutamente necessario un ripensamento sia delle forme di organizzazione del movimento, sia uno sdoganamento del conflitto, confinato ormai da dieci anni negli ambiti di un antagonismo fantasma, che fa paura ai benpensanti. Pensare che il nostro Paese era uno dei più apertamente disposti alla rivolta: questa pseudo-sinistra al governo ha fatto gli errori peggiori che si potessero immaginare, nell’interesse di una classe che stava già svanendo e su cui tra l’altro non aveva più presa da tempo. Il fantasma di una classe operaia, distinta a prescindere e comunque in rottura con quella borghese, muoveva i suoi ragionamenti ed elucubrazioni esattamente come oggi a muovere le forze di sinistra è la ricerca religiosa di forze “moderate”, a prescindere dal livello di vendita di cui si è vittime (cioè, a prescindere dal fatto che si sia i DS o il PRC). Frattanto l’identità di chi è nato a partire dagli anni ’70 è caratterizzata da rassegnazione e sgomento rispetto al futuro, nonostante sia abbastanza chiaro che problematiche quali lavoro nero e lavoro indipendente siano sempre esistite e non consistano in sicurezza maggiore rispetto ai lavori “atipici”. Eppure, niente fragore d’armi per questa generazione che fa le rivoluzioni seduta sul divano. Ciò non vuol dire che abbiamo bisogno di armi, di omicidi o eccidi: non sono un pazzo o un sanguinario, tanto meno un terrorista. Ciò di cui abbiamo bisogno è una presa di coscienza: capire che possiamo decidere di cambiare tutto, se lo vogliamo tutti.

Note:
1: questo post mi serve solo per pubblicizzare l’articolo di Sergio Bologna. Scusate se fa schifo.

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