Family way¹.

Non ho nulla contro le “famiglie”, ma dovete spiegarmi cosa sono. Perché, sinceramente, credo che il termine ed il concetto, nel tempo abbiano subito notevoli mutamenti e mutilazioni. Quella in cui è cresciuto mio padre, ad esempio, è un esempio di famiglia che cinquant’anni fa era normale: un aggregato multigenerazionale, in cui era normale essere materialmente allevati da una zia o prozia, se non da una nonna, o da una persona senza figli che apparteneva al gruppo parentale solo in senso lato. Qualcosa, in sostanza, che ci potremmo avvicinare a definire più clan parentale che famiglia, per come la intendono ciellini e cidiellini (ma non solo loro, anche i cari amici dell’UDC) che erano ieri a Piazza San Giovanni, più vuota che al concerto del Primo Maggio (a giudicare dalle – non a caso? – pochissime immagini aeree della piazza, trasmesse da Tg2 e Tg5).

Il problema di questo paese, il più grande forse, è rappresentato dalle ingerenze della Chiesa e dall’adesione incondizionata che provoca in persone che non si pongono neanche problemi riguardo quanto da essa viene veicolato. Semplicemente: c’è il Family day, ci vado. Senza filtrare le notizie, senza capire molto di quanto si sta facendo. Ma è sempre così? Non credo. Ed al di là del balletto delle cifre (un’incongruenza mostruosa tra procura ed organizzatori), è pur vero che in piazza c’erano almeno 300 mila persone. Ginsborg sostiene che l’importanza della famiglia nella struttura sociale italiana, è uno dei motivi fondamentali per la riproduzione dei meccanismi di soggettivazione della Chiesa, il motivo che ha spinto i nostri connazionali a votare 40 anni di DC, o a favorire il maturare di un certo PCI. Sono d’accordo in parte. Il problema è, oggi: guardatevi attorno, quante famiglie “normali” conoscete? Cosa significa effettivamente oggi, nel 2007, avere una famiglia normale? Lo schema che ci viene presentato come “normale”, più che alla tradizione cattolica rimanda a quella protestante (lo sottolineava già Feuerbach ne “L’essenza del Cristianesimo”) ed anzi a quella di un certo tipo di borghesia protestante otto-novecentesca fotografato magistralmente da Engels ne “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”: in sostanza (semplificando molto) la famiglia possidente che necessita di una linea successoria definita per la spartizione di un’eredità non più composta di beni immobili, ma di beni mobili. La famiglia cattolica non era tutto questo, non lo era certamente la famiglia proletaria di qualsiasi cultura religiosa. Anzi, più giù si scendeva tra le classi sociali (ed in buona parte anche oggi è così), più la promiscuità era abitudine. Dunque, quello che continuano a proporci parroci e nuovi preti non è neanche un concetto loro, ma preso a prestito da una struttura del tutto astratta venuta fuori sul finire del settecento, un tipo di organizzazione sociale storicamente determinato. Il problema è che, come tutte le sue cose, la Chiesa ne fa qualcosa di eterno, fottendosene del ridicolo e rimbrottando alla società di non essere come i preti dicono che debba essere, un po’ come il rimbrotto che Hegel fa alla realtà: “se la realtà non si adegua all’idea, peggio per la realtà”. Non che si debba necessariamente prendere la realtà per quella che è, anzi, chi scrive è profondamente convinto che sia “venuto il momento di cambiarla”, ma certo non facendo marcia indietro. Certo non affermando che ci sono cose eterne, giacché se la storia ci insegna qualcosa è che niente dura tanto a lungo da poter dire “per sempre”. E se pure durasse così a lungo, è pur sempre cominciata e cambiata nel tempo.
Ora, a prescindere dall’odio immotivato ed assurdo per le coppie omosessuali (ok, faranno anche “peccato”, ma non è il “signore” che dovrebbe occuparsi di punirli?) ciò che mi spaventa è il terrore verso le coppie di fatto, che assale questo paese, come se due persone avessero bisogno di un vincolo legale per non cornificarsi. Quello che non capisco proprio dei “familiaristi” è che cosa ci trovino di così saldante nel matrimonio: chiariamoci, non mi da fastidio che qualcuno si sposi, anzi trovo il cerimoniale cattolico molto intenso, ma non capisco perché certe persone investano tutta la propria esistenza in questa cosa, convinti che basta dire un sì e scambiarsi due anelli perché la propria unione duri per sempre. Intendiamoci, amare una persona significa già sperare che duri per sempre (almeno per me), ma allora perché inventarsi il matrimonio legaccio? Perché dato che, è evidente che non funziona? E non parlo dei matrimoni che falliscono, ma del fatto che, fottendosene del matrimonio, tanti altri rapporti continuano ad esistere. Di tutti i tipi: tra persone dello stesso sesso o di sessi diversi, di amicizia come di amore, di convivenza ed a distanza. Ed oggi che alla società post-fordista non serve più il triangolo padre-madre-figli così com’era fino a quarant’anni fa, questi rapporti esistono e sussistono con o senza figli. Il fatto di cui tante persone non si rendono conto è che non esiste niente di simile ad una “famiglia” come istituzione monolitica: esistono rapporti tra soggetti, indipendentemente da qualunque tipo di istituzione.
Ed i rapporti tra i soggetti possono non durare per sempre, senza che la colpa sia del divorzio o delle coppie di fatto.

Note
1: Questa voce è un abbozzo o “stub” di un post sulla famiglia. Scrivimi se vuoi contribuire.

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