La guerra è finita.

[Questo racconto è il più recente che io abbia scritto. Non è mai apparso né su internet né su carta e lo ha letto solo un piccolo gruppo di persone. Non sapendo se vale la pena o meno continuare a scrivere racconti, lo pubblico qui, lasciando ad altri il compito di giudicare. Il testo riale quasi ad un anno fa e si pone alla fine – ma per molti versi già fuori – di quello che qualcuno (qualcuno che avevo pagato bene, evidentemente) ha definito il ciclo della guerra di Fedeliam.]

Fragore dietro di me. E polvere, tanta e troppa. Cocci sparsi che una volta, composti, avevano parvenza di edifici, di città. Bombe e fucili hanno squarciato il fragile velo di non-senso che puntellava e presidiava la dignità umana. Cammino a rilento senza che la città – o meglio, quello che ne rimane – mi provochi ricordi. Guardingo e circospetto, in allerta come ogni giorno negli ultimi 3 anni. Rivoluzione, una parola triste se cosparsa di sangue. Una parola necessaria se il sangue rischia di essere il tuo. Una parola vuota se miscelata alla vittoria, alla conquista. Scarto scaltro un mucchio di macerie dove non più di mezza vita fa dormivo, scrivevo, leggevo. Vivevo, abitavo. Ma non è qui, non è ora. Attraverso la mia vita, lo so, me ne rendo conto, ma mi appare indifferente rispetto ai cumuli di cenere che mi hanno insegnato – che mi sono insegnato – a chiamare nemico.
Non ho meta, non ho obiettivi: avevo ideali che però hanno preso sonno durante le notti di ronda e di vedetta. Ora dormono, con loro forse quelle di tutti gli altri. Se sono qui, alla fine di questo, alla fine di ciò per cui ho vissuto, di ciò a cui mi sono abituato a vivere, negli ultimi tre anni, è per capire cos’era quell’impulso iniziale. Come e da dove veniva. È quindi necessario, anche se con sommo rammarico, che io rimetta mano al mio vecchio me: gli appunti, i quaderni, i graffiti, gli articoli. Ormai non è più tempo di battersi. È tempo di capire, come farebbe un archeologo, i come ed i perché. Ed i per chi.

La guerra è finita, gli armistizi firmati. La pace, questo rozzo cumulo di macerie, lamiere ed idee distorte, regna. Regna su tutti noi. Ed io, qui ed ora, mi sento l’inutile combattente di una guerra che ho vinto, ma che non devo più combattere ogni giorno. Le armi le ho rassegnate sei giorni fa. Due mesi dopo la resa incondizionata dei miei vicini di casa divenuti nemici, del mio dirimpettaio divenuto avversario, di qualche mio parente che ho ammazzato sparandogli in testa colpi di AK. Le milizie del Fronte Rivoluzionario Resistente si sono sciolte. Io con loro. I miei motivi con loro. Rivedo una mia vecchia maestra di scuola, seguita da una decina di bambini: ricostruisce anche lei il suo spicchio di ordinarietà. Non la saluto perché tanto non mi riconoscerebbe. E la mia visione le susciterebbe ricordi di quando questo paese non aveva ancora conosciuto la violenza con cui s’affermano gli ideali. O con cui ci si è convinti che si dovessero affermare. Rivedo facce, tante, di gente cui potrei anche aver tirato qualche colpo contro, persone che hanno vinto e persone che hanno perso. Tutte con la stessa faccia, di chi non mangia da mesi. D’un tratto un capannello di gente mi fa notare la presenza di un blindato del FRR che distribuisce viveri. Non mi avvicino: ho da mangiare e non voglio ritrovare in questo una dimensione. Non voglio diventare istituto o impiegato del post-rivoluzione.

La mia vecchia scuola, miracolosamente intatta, non mi da più risposte della calibro 38 Smith&Wesson che ho in tasca da sei anni, ultimo ricordo di mio padre. Esco di là e vado a zonzo per un po’. Sotto un tendone c’è un ospedale da campo dell’FRR ed i degenti sono quasi tutti locali. Quasi tutti nemici. Guardo distratto, ma d’un tratto la rivedo. È lei, non c’è dubbio nonostante più di tre anni dall’ultima volta. È le, ma non mi vede. Ed io non voglio che mi veda… cosa dovrei dirti? Vorrei che mi stringessi, che mi accarezzassi, come mia madre quand’ero bambino. Che mi accogliessi, che mi perdonassi, perché i miei peccati sono innumerevoli. Ho ucciso molti uomini, ti direi. È la guerra, è la rivoluzione. Sono stato vile, ne ho assassinati alcuni. Sono stato giusto, ho abbreviato la sofferenza di ognuno di loro nel momento in cui cessava di essere un nemico e diventava una persona morente. Ma ho rubato dai corpi tutto il rubabile e non ho mai spedito alle famiglie altro che le piastrine. Certo, era forse più di quanto loro avrebbero fatto per me, ma ciò non mi rende diverso. Ho tanti ricordi che vorrei cancellare, vorrei potermi tenere ciò che di bello mi rimane: rimani tu ed i pomeriggi passati a baciarci ed a fare nient’altro; a parlare di noi e di domani; a litigare sul posto in cui avremmo vissuto; a guardare piovere e nient’altro. E d’un tratto ricordo perché ho cominciato tutto. Per tenermi stretto tutto questo.

Ti vedo ancora, stai badando ai feriti. Tu non mi vedi. So che se lo facessi mi perdoneresti in un attimo. Ma io non riuscirei a perdonarmi. Perché non ci riuscirò mai. Vado via ora, lontano. Non ho più motivo di restare e non ho intenzione di arrecare danno ulteriore a nessuno, di espiare colpe attraverso un perdono che non merito.

La guerra è finita. Anche per me.

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  1. brassy

    Trovo alcune frasi pleonastiche, però mi piace tanto l’immaginario evocato.
    Mi faceva venire in mente come un mash up nella mia testa di Nero Zero, Il fronte dei Colpevoli e Mondo folle.
    Tutto molto bello.

  2. USANNA

    LA GUERRA è LA COSA PEGGIORE CHE CI SIA.IO LA ODIO LA PACE è BELLA E ARMONIOSA E SE VOLETE VI DICA UNA COSA:ABBASSO LA GUERRA W LA PACE QUESTA FRASE LA DICO MOLTO SPESSO QUANDO SI PARLA
    DELLA GUERRA O PACE

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