Un PC da giorno del giudizio.
L’Unione Sovietica aveva la sua strategia in caso di guerra atomica: una gigantesca bomba in cobalto pronta ad esplodere se la Russia fosse stata soggetta ad attacchi nucleari e che avrebbe resto la Terra inabitabile. L’”arma finedimondo”, come è stata immaginata nel meraviglioso film di Kubrick “Dottor Stranamore”. Pare che questa mitica arma esista ancora e che sia ancora operativa. La notizia è stata raccontata da un testimone che ora vive in Gran Bretagna ed inserita in un libro che sarà pubblicato a dicembre. La cosa comica è che pare che i computer che la regolano risalgano agli anni ‘70 e non siano mai stati cambiati… speriamo non vadano mai in crash.
Fonte: Wired Science.
My space.
Provincia cronica¹.
“Le luci della centrale elettrica”, un nome che peserebbe come un macigno sul successo di qualsiasi band. Figuriamoci se parliamo di una one man band, di un tizio appena ventenne che tenta di mettere assieme la musica nazionalpopolare italiana degli anni ‘70 con sonorità lo-fi talvolta vicine ai Radiohead e qualche eccesso rumoristico. Dicamo subito che questo demo, di cui trovate molte tracce sul myspace della band, non è per chiunque: il cantato è grezzo, il suono spesso confuso, le canzoni pieni di spunti spesso lasciati a metà, i testi criptici e talvolta manieristi. Eppure, se mi spinge a scrivere una recensione dopo tanto tempo, un motivo ci sarà. E c’è eccome.
Darl McBride ha la faccia come il culo.
L’uomo nella foto è Darl McBride. L’uomo nella foto è anche un enorme paraculo: come CEO (Chief Executive Officer) di SCO, ha provato a spillare soldi dalle aziende e comunità che stanno dietro linux per anni. Ed ancora ci prova.
Molti di voi sapranno che il kernel linux non è un prodotto completamente originale, ma deriva da un altro sistema operativo, UNIX: ebbene la suddetta SCO ha per anni rivendicato di avere acquistato i diritti esistenti sul kernel UNIX ed ha fatto causa ad IBM per aver aiutato a sviluppare il kernel linux.
A/o-ccidentalismi
Ieri, seguendo il consiglio di un noto amico del popolo, ho comprato la mia copia de l’Internazionale, un settimanale che raccoglie notizie dal mondo e le traduce per il pubblico italiano. Non è che avessi bisogno di spararmi una posa da intellettuale o da modaiolo-radical-con-la-divisa-da-altermondista, ma semplicemente mi rompeva le scatole comprare il manifesto e di leggere l’ennesima tiritera sui sindaci anti-lavavetri, sul PD, sul delitto di NonDove, su un’altro uomo di spettacolo morto, sulle novità sui banchi di scuola. Mi andava, piuttosto, di capire cosa succedeva nel resto del mondo, cosa si muoveva, quanto arranca il buon senso in favore del capitalismo, quanto l’Impero della Paranoia vince sulla nuda vita dei soggetti. E poi 3 € non sono questa gran cifra.
Jamendo: nothing for money.
Jamendo è il futuro. E non sto parlando solo della distribuzione di musica, ma di un’idea altra di commercio. Della possibilità, nell’economia dell’eccedenza, di dare accesso alle informazioni, alle cose, ai concetti, senza pensare di versare denaro: di avere diritto alle cose per il puro fatto di esistere, di darle per la pura gioia di condividerle. Di compensare con qualcosa di più, solo per il piacere di vedere perseverati gli sforzi compiuti. E tutto ciò senza essere rivoluzionario o sovversivo in senso violento: non c’è stato bisogno di spranghe o bottiglie incendiarie per aprire un server, costruire un database mysql e consentire a chi volesse di condividere la propria musica sotto creative commons. Semplice quanto è ormai semplice registrare un album con qualità alta, con programmi come Ardour 2, Cubase e simili.
Dai che c’è il blogday 2007.
Non mi hanno mai attrato particolarmente le “cose da blog”: ho sempre percepito un blog come uno spazio in cui dire qualcosa se ha senso dirla, o aggiornare i propri congiunti vicini e lontani su quanto si esperisce, sente, pensa. Tutt’al più come un block notes elettronico e collettivizzato di pensieri, uno zibaldone aperto in tempo reale alle considerazioni della moltitudine (solitamente alquanto parca) dei lettori. Ma, dato che oggi mi hanno già linkato due lettrici (peraltro di livello buono), mi sembra dovuto ricambiare il favore. Alla comunità, ovviamente, non a loro che sennò pecco solo di ruffianeria.
And so on:
pollycoke: se non fosse per lui non avrei un blog su WordPress; se non fosse per lui non avrei un blog su linux; se non fosse per lui non avrei Ubuntu; se non fosse per lui mi funzionerebbe compiz. Insomma: un mentore inconsapevole nell’uso del pinguino, scrive bene, da ottime notizie in tempi sorprendenti, è un faro della comunità… sarà per questo che sta sul cazzo quasi a tutti. Ma, si sa, gli stramboidi freak generalmente mi stanno simpatici (tanto non leggerà mai).
Estetica Anestetica: sarà che è una delle amiche di più vecchia data che ho, sarà che scrive bene o che in qualche modo mi ha introdotto al mondo del blogging, sarà che una vagonata di pucciosità non fa mai male certe volte, sarà che ormai dei miei amici storici scrive solo lei… sarà che a volte, se non fosse per lei, neanche ci muoveremmo da casa. Per tutto questo, ed altro ancora: grazie di scrivere (e d’esistere).
Leonardo: politicamente non mi è molto affine, va detto (lui sinistra PD, io Unirioter), ma le sue notazioni sulle cose che accadono nel mondo e nel nostro Paese riescono sempre ad essere una spinta ed uno sprone riflessivo. I suoi post arrivano al tardo pomeriggio, ma sono efficaci emotivamente come un buon editoriale di prima mattina. Velenoso e sarcastico quanto basta, leonardo è una di quelle cose che ti fanno dire “ma allora anche in Italia si può fare un blog di approfondimento?”.
Ubuntista: linuxiano ed ubuntista convinto, Simone è quel tipo di persona che ti da la carica per andare avanti nella battaglia per il software libero. Non si ferma mai, segue 300 progetti al giorno, schizza da una parte all’altra del mondo per seguire i suoi impegni, non si capisce che faccia come lavoro, ma una cosa è certa: qualsiasi cosa faccia, c’entra sempre e comunque con l’open source. È l’uomo-community definitivo, il primo militante rivoluzionario di Ubuntu, e per questo lo ammiro.
La disciplina della notte: spesso e volentieri non capisco quello che scrive, il che non sempre è un male. Quello che conta è l’estetica l’arte che c’è e si vede¹, non di rado, nei suoi versi. La costanza, la pazienza, il labor limae, la perseveranza: qualità che non si possono negare a Gigi, che – unite ad un senso criptico nello scrivere – rendono estremamente godibili i suoi post.
Questo è quanto. Spero che chi passa di qui, lasci perdere le mie ciance e fili spedito su questi blog, che meritano certo più del mio.
Buone cose. Ed all’anno prossimo.
Note:
1: checché ne dica uno stimato critico.
Google userà OpenMoko per il gPhone?
Sembra che google voglia tenersi stretta la possibilità di diventare il santo protettore ufficiale di linux e dell’open source in generale. Segnali provengono dall’ipotesi di usare OpenMoko come sistema per il progetto gPhone (il cellulare antagonista dell’Apple iPhone il cui nome ovviamente non è ufficiale – almeno spero) oltre ad una serie di articoli che vengono fatti girare per la rete.
In circolo.
Torno a postare dopo una lunga assenza. Sulle giustificazioni del caso, posterò a breve. Mi preme più che altro raccontare della scorsa serata. Torella dei Lombardi è piantata in culo al mondo, a dieci minuti da “se abitassi qui, mi sarei già sparato”, a circa 25 km di curve dalla vita (che poi è Avellino, quindi sai che vita…!), ma resiste duramente fino al punto di non essere propriamente etichettabile come un posto di merda. Arrivarci è un’impresa, un susseguirsi illimitato di cambi di direzione e di persone ignare di come ci si arrivi, indicazioni sbagliate o poco chiare, sia dalla mappa sia dai cartelli. Non mi meraviglia il fatto che le istituzioni regionali abbiano negato diritti a questo festival piantato in mezzo al nulla, anche se non mi trovo per niente d’accordo: ogni anno vengono patrocinate e finanziate tante di quelle puttanate (inclusa la sagra della pasta e fagioli con le cozze che si tiene dietro casa mia), che mi pare oltremodo offensivo privare una manifestazione di questo tenore dei fondi necessari a farla stare in piedi. Dunque capisco l’incazzatura di Minà. Ciò, tuttavia, non placa il mio disappunto.
Il tepore dell’Essere.
Tempo fa il leggere un testo denso e profondo qual è il Deleuze di Alain Badiou avrebbe spento in me qualsiasi velleità espressiva, artistica, filosofica. “Cos’altro potrei dire di originale?” mi sarei chiesto, e probabilmente niente avrei avuto (ed avrò mai) da dire di sensato sul quel tema, e di fatto su di esso proverò ad esprimermi solo tra qualche tempo (quando avrò una discreta conoscenza dei testi di Deleuze, oltre che delle loro interpretazioni). Più che altro, quello che mi riaccende – e chi ci avrebbe scommesso fino a stamattina – è la voglia di scrivere tout court. Per la cronaca: questo post è una scena al rallentatore della mia vita.
