Le opere e i giorni.

A volte diamo per scontate cose incredibilmente complicate. Scegliere non è una cosa semplice. Ancora meno, farsi una ragione dei propri limiti e fallimenti.

Spesso dimentichiamo, per esempio, che lavorare non è una scelta, ma una necessità. Che esiste un tempo, nelle nostre vite, che esula dal lavoro, dalla produzione e dal consumo. Ed è per arrivare a quel tempo che dovremmo scegliere, che le scelte fondamentali sono relative a quel tempo lì: chi amare, che persone essere, con chi passare i giorni.

Scegliere che lavoro fare, è poi così tanto diverso dallo scegliere che film vedere o che birra prendere?

Il lavoro è uno strumento, ma il nostro lavoro – di tutti, pressoché indistintamente – è sempre sostituibile: ciò che ci rende indispensabili e unici, è il nostro modo di essere. In fondo, che persone essere e che cosa lasciarci dietro (odio, tristezza, felicità, gratitudine) non riguarda quanto o cosa scegliamo nelle opere, ma come scegliamo di passare i giorni.

Scegliere è il nostro modo di stare al mondo e di marcare una differenza rispetto all’alternarsi macchinico del tempo.

Ed è il tempo a esserci sottratto. Il tempo e la possibilità di scelta.

Per questo io ho scelto di essere choosy.

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  1. Mr.Loto

    Mi piace molto questa tua riflessione, in poche righe ha espresso chiaramente un concetto che mai come in questi tempi va preso in seria considerazione. Siamo sempre noi che con le nostre scelte decidiamo il tipo di vita che andremo ad affrontare; spesso, o per “comodità” o perchè non si vedono altre alternative, ci si sente quasi obbligati a scegliere un lavoro che non piace o ad accettare compromessi che non portano a nilla di buono.
    La differenza la fa sempre la persona che, se dotata di una certa intelligenza e di buona volontà, riesce prima o poi a trovare e a guadagnarsi la posizione più idonea in questa vita; ovviamente questo tipo di scelta non è gratutia e richiede impegno e costanza e quindi fatica, ma la soddisfazione poi solitamente ripaga di tutto.

    Un saluto

    • sleepingcreep

      Anzitutto, grazie per il commento (era da tempo che non ne ricevevo uno). Le nostre scelte influenzano quello che siamo e decidiamo di essere, ma il senso di tutto (della vita, insomma) per me sta fuori dal lavoro. Il problema è che, mai come in questo tempo, tendiamo a identificarci con il lavoro, con la produzione, con ciò che ci caratterizza per il “dovere” e mai per il semplice “essere”.
      Lavorare è difficile e di questi tempi disarmante: condizioni schifose, ai limiti della schiavitù e richieste che quasi sempre vanno al di là del diritto o del contratto (quando c’è, se c’è). Il tutto giustificato con una logica e una mentalità del tipo: fai uno sforzo anche tu, è per il bene di tutti.
      Se ricordassimo che la vita è anche fuori della “fabbrica” forse sarebbe più facile capire che tutta la retorica del sacrificio, è una retorica montata ad arte per farci essere il nostro lavoro, per far coincidere i confini della vita con quelli della fabbrica.
      In una parola: dalla sussunzione formale, alla sussunzione reale.

  2. UnKn

    Cerco di sintetizzare il tuo punto: ” Non viviamo per lavorare, ma lavoriamo per vivere”. Per vivere meglio dobbiamo scegliere la nostra “libertà” , ovvero comprendere che la nostra vita non coincide con il lavoro, e quindi cercare di realizzarci in base a ciò che siamo (giorni), piuttosto a ciò che produciamo (opere).
    Mi sembra seguire un paradigma anni’70 di tipo tayloristico, che ricorda l’uomo ingranaggio (richiami anche all’uomo macchina di C. Caplin?). Dove la libertà coincide con quello spazio fuori dall’ora lavorativa di sfruttamento in fabbrica.
    . Non credi che con la crisi attuale, con la disoccupazione di massa, con la ghettizzazione virtuale, e con una precarietà generazionale perenne il paradigma sia cambiato e le conclusioni da trarre siano dissimili?

    “ciò che ci rende indispensabili e unici, è il nostro modo di essere. In fondo, che persone essere e che cosa lasciarci dietro (odio, tristezza, felicità, gratitudine) non riguarda quanto o cosa scegliamo nelle opere, ma come scegliamo di passare i giorni.”

    il guaio è che oggi anche non lavorare è una necessità (per il sistema, e per una certa fascia). E siamo frustrati proprio perché non ci realizziamo neanche nel lavoro (un laureato in lettere fa il barista). Il lavoro è di tipo “Usa e getta “, ad “intermittenza”. valiamo, serviamo a tempo determinato. Lo sfruttamento non è solo nel non poter essere noi stessi quando produciamo ma nel non poter scegliere neppure cosa essere (e cosa produrre). Non posso davvero scegliere cosa essere, perché dipende da cosa produco. La vera alienazione, consiste proprio che anche i nostri “sogni” (gli spazi diciamo privati) sono influenzati da chi sceglie come produrre. Dobbiamo tutti avere un cellulare, un iphone, uscire il sabato sera e bere quella birra, ma nonostante tutto accettare la precarietà come necessaria, normale . Abituarci all’idea.
    Così un giovane cinese deciderà in modo diverso come passare i suoi giorni, perché illuso ancora dal mito della carriera, dei soldi. Bisogna cambiare il modo con cui si producono “le opere “, per poter passare i giorni come davvero voglio.
    Grazie per l’attenzione, e complimenti per blog.

    • sleepingcreep

      Non entro in questioni teoriche molto complesse che mi allontanano, per un verso dal negrismo e per l’altro dalla “decrescita” (in questo blog cerco di essere meno “pedante” possibile).
      Di fondo, rimango convinto che esista un confine molto sottile tra il “non lavorare” come necessità e il non lavorare come scelta. Quella che definivo come “sussunzione reale” sta proprio nel nostro assumere la mentalità del datore di lavoro, e dunque farci carico di tutta una serie di problemi che, di fondo, potrebbero anche non essere cazzi nostri: lo spread, l’andamento della borsa, la salute dell’azienda etc. Ma pure una serie di “forme ideologiche” che i nostri bisogni assumono: smartphone e social networks inclusi. L’uomo, in fondo, è un essere che si abitua a tutto, anche alle forme in cui i suoi desideri vengono incastrati a cazzotti.
      La mia vita (i miei “giorni”, diciamo) è quello spazio che riesco a scavarmi per me in mezzo a questo delirio. Certo, è condizionato tanto dalla produzione quanto dal consumo, ma non c’è (né ci potrebbe essere) società in cui questo non accade.
      Di per sé, è centrale cambiare il modo di produzione per poter cambiare la vita delle persone. Ma non basta: ancora una volta, la battaglia è prima ideologica e poi economica.

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